Una vera e propria odissea giudiziaria quella che ha dovuto affrontare Pasquale Palumbo, che nel 2012 era finito in carcere per l'omicidio di Gioacchino Lombardo, pestato a sangue e bruciato vivo 9 anni prima.

L'uomo era stato condannato a 25 anni di reclusione per omicidio, insieme ai suoi due fratelli Giovanni (48 anni) e Claudio (47 anni), e al figlio della vittima, Vincenzo Lombardo (41 anni), accusato di essere il mandante. Dopo sei anni di carcere, la Cassazione ha cancellato la pena e il 55enne è finalmente tornato a casa: questa è stata la seconda volta in cui gli "ermellini" sono intervenuti, poiché in precedenza avevano già annullato la prima sentenza di condanna all'ergastolo, disponendo un nuovo processo.

Non era sulla scena del crimine, il cellulare lo aveva il fratello

Secondo gli inquirenti, Pasquale Palumbo, quando è morto Gioacchino Lombardo, si trovava sulla scena del delitto, in base a quanto risultato da una cella di localizzazione del suo cellulare. L'uomo ha sempre ammesso di conoscere chi aveva organizzato l'agguato, ma ha anche affermato che il telefono l'aveva prestato ad uno dei suoi fratelli. Inoltre, pare vi fosse la mancanza di un vero e proprio movente, dato che il sospettato non conosceva la vittima e, soprattutto, sul luogo in cui si era consumato l'omicidio, non erano state trovate tracce biologiche compatibili con il suo DNA.

Il fatto: pestato brutalmente per una donna

Gioacchino Lombardo fu ritrovato carbonizzato all'interno di un auto a Bereguardo, in provincia di Pavia, nel 2003.

Inizialmente gli investigatori pensarono che fosse deceduto a causa delle percosse ricevute. Secondo una prima ricostruzione, l'uomo sarebbe stato picchiato brutalmente a casa del figlio, presso il Villaggio Prealpino di Brescia. I rapporti tra i due sarebbero stati di tensione a causa di una giovane donna, che dapprima avrebbe avuto una relazione con la vittima, e che in un secondo momento si sarebbe legata al figlio Vincenzo.

Il padre, a quel punto, avrebbe voluto dei chiarimenti, e si sarebbe recato a casa del figlio, dove però sarebbe caduto in un agguato ordito non solo da Vincenzo, ma anche dai fratelli Palumbo.

Il gruppo lo avrebbe pestato, fratturandogli il naso e il cranio, e dopo aver legato il corpo con del filo elettrico, lo avrebbero caricato in un'auto e si sarebbero diretti fino a Bereguardo, dove la vettura sarebbe stata bruciata per distruggere ogni traccia.

Secondo gli inquirenti, Gioacchino Lombardo era già morto quando è stato appiccato l'incendio, invece dall'autopsia furono rilevate tracce di fumo nei polmoni, confermando che l'uomo era deceduto per asfissia causata dal rogo: in seguito a questi risultati, l'accusa fu commutata in omicidio volontario.