Credevano di regalarsi forza, salute e longevità mangiando carne cruda di marmotta e invece sono morte di peste bubbonica, malattia che affligge l'umanità da millenni e che non ha smesso di incutere paura. E' accaduto nella provincia del Bayan-Ölgij, posto fuori dal mondo, all'estremità occidentale della Mongolia, al confine con Russia e Cina.

Le vittime sono un marito 38enne e una moglie 37enne che, oltretutto, era in stato interessante. Il decesso è avvenuto lo scorso 1 maggio: a darne notizia, ripresa da agenzie di stampa e quotidiani occidentali, sono state fonti locali e il sito online del giornale Siberian Times.

Nella regione è stata imposta una quarantena di sei giorni per un rischio di contagio.

Morti per aver mangiato carne cruda di marmotta

La coppia deceduta, prima ancora d'essere vittima del letale batterio Yersinia pestis che si annidava nella carne cruda di marmotta, è stata sconfitta da pericolose credenze. I coniugi che appartenevano alla locale minoranza kazaka e vivevano in un remoto villaggio nella provincia del Bayan-Ölgij, erano convinti che mangiare il rene, le interiora e gli organi crudi di un roditore selvatico fosse una pratica salutare, valesse come cura ricostituente rinvigorente. A nulla sono valsi gli avvisi dell'autorità locale e del National Center for Zoonotic Disease che ripetutamente invitano gli abitanti a non mangiare carne cruda di roditori perché può trasmettere la peste.

Secondo il dottor Tsogbadrakh che dirige il Centro nazionale di dermatologia e medicina zoonotica, mangiare marmotte sarebbe vietato, ma l'uomo e la moglie l'hanno fatto, lasciando quattro orfani. La caccia a questo roditore in paesi quali l'Italia è vietata dal 1939, mentre in stati limitrofi quali Austria, Svizzera e Slovenia è consentita.

Doppo il decesso della coppia, confermato dal ministero della sanità mongolo, sono scattate misure di prevenzione con una quarantenna imposta nell'intera regione. Appurato che non ci sono stati contagi, come ha confermato il governatore provinciale Aipiin Gilimkhaan, il provvedimento è stato revocato. Ma ci sono 158 persone, tra cui alcune decine di turisti di varia nazionalità, americani, russi, tedeschi, olandesi, svedesi, sudcoreani e svizzeri, che, secondo quanto dichiarato da Ariuntuya Ochirpurev, un funzionario dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, sarebbero entrate in contatto diretto o indiretto con la coppia e per questo, pur non essendo in pericolo, sono ancora tenute sotto osservazione e tuttora bloccate in Mongolia.

Prossimamente, dovrebbero poter lasciare la regione.

Peste, malattia infettiva di origine batterica

La peste è una malattia infettiva di origine batterica trasmessa da varie specie di roditori, ma anche da ratti e da alcune specie di scoiattoli attraverso le pulci parassite che ospitano nelle loro pellicce. Queste pulci possono infettare anche animali domestici, in prevalenza gatti. Per millenni ha flagellato l'umanità: i ricercatori sono risaliti a casi di decessi per peste risalenti a 3800 anni fa. Nell'immaginario collettivo, è identificata come la morte nera e non smette di scatenare terrore.

La forma più diffusa della malattia, la peste bubbonica, si manifesta in seguito alla puntura di pulci infette: trattata tempestivamente con antibiotici può essere curata, ma la forma polmonare che si trasmette attraverso la tosse può condurre a morte nel giro di 24 ore.

Nella fase iniziale, la malattia può diffondersi in maniera incontrollata se non si prendono le dovute precauzioni urgenti per fermare l'infezione. I sintomi in genere sono linfonodi gonfi e dolorosi all'inguine, ascelle e collo, febbre, brividi, stanchezza estrema e forte mal di testa. L'Organizzazione mondiale della Sanità la considera una malattia riemergente per i circa 50mila decessi negli ultimi 20 anni, in special modo in Africa ed Asia. In Mongolia miete almeno una vittima all'anno.

L'epidemia di peste che tra il 1347 e 1352 imperversò in tutta Europa uccise qualcosa come 50 milioni di persone, almeno un terzo della popolazione del continente. In Europa rimase endemica tornando nei successivi tre secoli a cicli di 10-12 anni.

Non esiste tuttora un vaccino: fondamentale è riconoscere i sintomi, ed intervenire con trattamento antibiotico per sette giorni anche su chi entri a contatto con infettati per prevenire l'insorgenza della malattia.