“Siamo al collasso”. È il grido d’allarme dei medici del Veneto, che in questi giorni sta attraversando una fase molto critica della pandemia da coronavirus. A preoccupare sono il sovraffollamento delle strutture sanitarie di tutta la Regione e l’elevato numero di morti. Mercoledì 15 dicembre si è registrato un triste primato rispetto al resto d'Italia, con 3.324 nuovi contagi in Regione e il picco con ben 165 decessi. Superata anche la Lombardia, che per mesi è stata in cima alle statistiche. Attualmente negli ospedali sono ricoverati 2.694 pazienti, 346 dei quali sono nei reparti di Terapia intensiva.

La situazione è pesante, come ammette anche il governatore Luca Zaia: “È come se sette grandi ospedali fossero interamente dedicati ai malati di Covid-19 – ha spiegato il presidente della regione Veneto – evidentemente la gente non ha più paura di morire”.

In Veneto la situazione è molto grave

La situazione è preoccupante in diverse zone del Veneto. È grave in particolare l'affollamento nei Pronto soccorso, che sono al collasso perché ogni giorno troppa gente si riversa nelle strutture in cerca di aiuto. Ad esempio, in provincia di Verona si liberano i posti dedicati all’attività ordinaria degli ospedali, per fare spazio ai malati di Covid-19. Ugualmente, tutte quelle aree della Bassa Padovana che furono teatro dei primi casi, la scorsa primavera, adesso registrano un numero di ricoveri maggiore di allora: manca il personale e quello attualmente impegnato lavora fino allo stremo.

Ma anche nelle altre zone i letti negli ospedali di comunità sono tutti occupati, così come sono esauriti anche i posti disponibili per la riabilitazione. È tutto il sistema sanitario regionale a dare segni di cedimento; inoltre, nonostante tutte le misure di prevenzione attuate, le Rsa continuano a registrare un numero di decessi molto alto.

Si intuisce la gravità del momento dai necrologi sui giornali locali che si sono moltiplicati in queste ultime settimane.

Il Veneto continua a rimanere in zona gialla

Nonostante i dati, però, il Veneto continua a rimanere in zona gialla: la ragione di questo apparente controsenso è dovuta agli indici e ai parametri utilizzati da questo sistema.

Infatti la Regione nel suo complesso conta un numero elevato di posti disponibili in terapia intensiva: su mille attualmente ne sono occupati 588. Ma secondo alcuni questo numero è dopato perché considera anche i posti eventualmente riconvertibili, senza tener conto però del numero dei medici e infermieri, che è sempre quello. Così, secondo Adriano Benazzato, segretario regionale del sindacato dei medici ospedalieri, la verità è che “gli ospedali in alcune zone del Veneto sono vicini al punto di rottura”.

Secondo l’immunologa Viola, in Veneto non ha funzionato la strategia adottata nel resto d'Italia

Antonella Viola, immunologa dell'Università di Padova, ha spiegato durante la trasmissione televisiva Agorà che nel Veneto la strategia dei 21 parametri, con la conseguente suddivisione delle Regioni in rosse, gialle e arancioni, non ha funzionato come altrove perché, nonostante si sia partiti da un numero di contagi abbastanza alto, non ci sono mai state restrizioni.

Per la studiosa in questo periodo la strategia più sensata resta quella di “intervenire localmente, nelle zone in cui l’indice sta salendo”, mantenendo nel tempo una linea di azione ben definita. Per l’esperta servono maggiori controlli per evitare gli assembramenti: a tal proposito la dottoressa Viola si è detta favorevole a un lockdown durante il periodo natalizio che permetta di riaprire in sicurezza le scuole a gennaio. Infine la ricercatrice ha ammesso che una terza ondata di casi è molto probabile, perché mancano ancora diversi mesi prima di arrivare a una copertura sufficiente con il vaccino.

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