Mercoledì 18 marzo, a Bergamo, un uomo di 49 anni è stato arrestato con l’accusa di aver ucciso la moglie, una donna di 41 anni, colpita mortalmente con diverse coltellate all’interno della loro abitazione.
Dopo l’accaduto, l’uomo è stato accompagnato al pronto soccorso dell’Ospedale Papa Giovanni XXIII per alcuni controlli. Inizialmente si era parlato di un possibile tentativo di suicidio, ma questa ipotesi non avrebbe trovato riscontri. Le sue condizioni di salute, secondo quanto emerso, non sono gravi.
La prima ricostruzione dei fatti
Dai primi accertamenti effettuati dalla polizia, in collaborazione con la Procura di Bergamo, non risultano segnalazioni precedenti né interventi delle forze dell’ordine legati a litigi o episodi di violenza tra i due coniugi.
Il corpo della donna è stato scoperto nella tarda mattinata. Gli agenti sono intervenuti in via Pescaria dopo una segnalazione arrivata dal personale sanitario dell’Areu 118, trovando la vittima ormai senza vita all’interno dell’abitazione. La donnapresentava numerose ferite da arma da taglio, inferte in punti vitali.
Il cordoglio della sindaca
A esprimere dolore e sconcerto per l’accaduto è stata la sindaca di Bergamo, Elena Carnevali, che ha definito il femminicidio “un crimine agghiacciante, un dolore terribile per tutte e tutti noi, una ferita profonda per la città di Bergamo e l’intera società”.
La prima cittadina ha evidenziato come, ancora una volta, la tragedia si sia consumata all’interno delle mura domestiche, un luogo che dovrebbe rappresentare sicurezza e protezione.
“Non possiamo permettere che diventi solo un numero in una lunga e inaccettabile sequenza: dietro ogni caso ci sono una storia, un volto, una vita, non un caso da aggiungere alla statistica”.
Ha inoltre sottolineato "In momenti come questo, al dolore si uniscono la rabbia e il senso di impotenza: ancora una volta, tutto avviene tra le mura domestiche, all’interno di una relazione di coppia, nel luogo che dovrebbe essere di cura e sicurezza. La violenza sulle donne non inizia all’improvviso: passa attraverso il controllo, l’isolamento, le minacce e una pressione quotidiana che spesso resta invisibile".
Per poi concludere: "Accanto a misure di inasprimento delle pene, dobbiamo sconfiggere la cultura del possesso, della sopraffazione, che fa credere agli uomini di poter disporre delle nostre vite, delle vite delle donne.
Quando investiamo nell’educazione, nella prevenzione, nel rafforzamento delle reti territoriali e dei servizi che possono intercettare e accompagnare situazioni di rischio, allora proteggiamo e sosteniamo davvero le donne, allora restituiamo loro il diritto di pensarsi libere, sicure, vive".