Il caso della mancata esecuzione da parte del Governo italiano del mandato di arresto emesso dalla Corte Penale Internazionale (CPI) nei confronti di Osama Almasri Njeem, ex capo della polizia giudiziaria libica, è giunto all'attenzione della Corte europea dei diritti umani (Cedu). Una donna ivoriana e un uomo sudanese, che affermano di essere stati vittime di torture per mano di Almasri e che ora si trovano in Italia, hanno presentato ricorso alla Cedu, sostenendo che la condotta italiana abbia violato i loro diritti.

La Cedu, dopo un esame preliminare dei ricorsi, ha comunicato la questione al Governo italiano, ponendo una serie di domande per comprendere l'ammissibilità e valutare una possibile violazione dei diritti.

La vicenda si inserisce nel contesto della cooperazione internazionale tra Italia e CPI per arresti e trasferimenti di persone accusate di gravi crimini.

L'arresto di Almasri e la decisione italiana

Osama Almasri Njeem, soprannominato "il torturatore di Tripoli" da organizzazioni che investigano la situazione dei migranti in Libia, è stato arrestato a Torino il 19 gennaio dalle forze dell’ordine italiane su segnalazione dell’Interpol. Su di lui pendeva un ordine di arresto segreto della CPI con l’accusa di crimini di guerra e contro l’umanità, legati principalmente a quanto accaduto nelle carceri libiche. Tuttavia, la Corte d’Appello di Roma ha giudicato l'operazione "irrituale", sostenendo che la polizia italiana non avesse l’autorità di agire senza una preventiva autorizzazione del Ministro della Giustizia, come previsto dalle norme sulla cooperazione con la Corte dell’Aja.

Il Ministro della Giustizia, Carlo Nordio, ha giustificato la mancata convalida dell'arresto, citando un mandato in inglese non tradotto e altre criticità che avrebbero impedito l'immediata adesione del ministero. Di conseguenza, Almasri è stato scarcerato. Il Ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, ha firmato un decreto di espulsione, dichiarandolo "soggetto pericoloso" e vietandogli l’ingresso in Italia per 15 anni. Almasri è stato quindi riportato in Libia su un aereo dei servizi segreti italiani.

Le contestazioni della CPI e il ruolo della Cedu

La Corte Penale Internazionale ha stabilito che l'Italia, non eseguendo correttamente la richiesta di arresto, non ha rispettato i propri obblighi internazionali.

Le tre giudici della camera preliminare I de L’Aia hanno rilevato all’unanimità la mancanza di dovuta diligenza e hanno respinto le giustificazioni del governo italiano, considerate "molto limitate". La Corte ha rinviato la decisione sul deferimento, concedendo all’Italia tempo fino al 31 ottobre per fornire chiarimenti su eventuali procedimenti interni pertinenti alla vicenda.

La CPI ha ribadito che questioni di diritto interno non possono giustificare la mancata cooperazione. Sebbene abbia rilevato la violazione, le giudici hanno deciso di non rinviare immediatamente la questione all’Assemblea degli Stati parte né al Consiglio di sicurezza dell’ONU, riconoscendo la "complessità" della materia.

Con voto di maggioranza, è stata concessa al governo una proroga fino al 31 ottobre per trasmettere ulteriori spiegazioni e documenti.

La Cedu dovrà ora valutare se la mancata esecuzione del mandato di arresto abbia effettivamente comportato una violazione dei diritti dei ricorrenti, come sostenuto dai due migranti che si dichiarano vittime di torture. L’esame preliminare della Corte europea si concentra sull’ammissibilità dei ricorsi e sulla possibile responsabilità dello Stato italiano rispetto agli obblighi della Convenzione europea dei diritti dell’uomo.