Andrea Delmastro, ex sottosegretario alla Giustizia, è intervenuto in audizione in Antimafia in merito alla vicenda del locale romano riconducibile a Mauro Caroccia, condannato in via definitiva per intestazione fittizia di beni e per aver agevolato il clan Senese.

Nel corso della sua ricostruzione, Delmastro ha spiegato come sia arrivato a frequentare il locale, sostenendo di non aver ricevuto alcuna indicazione diretta. "Nessuno mi ha consigliato il locale. Non ricordo se consultando le app, ci siamo fermati lì ma era comunque pieno: aveva una struttura simpatica e così dopo qualche mese ci finii per la prima volta."

Ha poi aggiunto che, se fosse stato a conoscenza della situazione giudiziaria del locale, avrebbe agito diversamente. "Ovviamente se avessi saputo non ci avrei fatto una società e non ci sarei andato mai più immediatamente." Infine, ha commentato anche la sua successiva uscita dalla società, letta dagli inquirenti come elemento rilevante nella vicenda. "La precipitosa fuga dalla società lo testimonia inequivocabilmente".

Le parole di Delmastro

Andrea Delmastro, intervenendo in merito alla vicenda societaria legata a Mauro Caroccia, ha ricostruito il momento in cui sostiene di aver appreso la reale identità e il profilo giudiziario dell’imprenditore, successivamente alla sua condanna definitiva per intestazione fittizia di beni con aggravante mafiosa, datata 18 febbraio 2026.

"Il 27 ero fuori dalla società. Non appena ho avuto notizia vi è stata una precipitosa fuga mia e di tutti i soci da quel contesto societario, disinteressati al fatto che questo comportava perdere ogni investimento. L’importante era fuggire in ogni modo da un contesto distante anni luce dalla mia formazione, non voglio dire etica, ma culturale".

Per respingere le accuse e rivendicare la propria buona fede, Delmastro ha sottolineato la trasparenza della sua partecipazione societaria.

"Non ci siamo serviti di prestanome, di scatole cinesi o quant’altro. Evidentemente perché non vi era contezza della necessità di schermare la propria presenza all’interno di questa società, perché non avevo contezza di chi fosse questa persona.

Se avessi voluto perseguire un diabolico disegno criminale, credo che avrei fatto di tutto per non tenere la carta d’identità sul tavolo. Potevo trovare mille modi per non mettere la mia faccia in prima persona. Chi entrerebbe in società con la mafia mettendoci la faccia, mentre è sottosegretario?"

Il parlamentare ha poi spiegato le ragioni delle proprie dimissioni, che attribuisce a una scelta di coscienza personale, arrivata tuttavia dopo alcuni giorni dallo scoppio del caso e dopo la sconfitta del governo al referendum sulla riforma Nordio.

"Ho sempre preteso rigore morale dagli altri, devo applicare quel metro molto rigoroso anche a me stesso e ai miei amici".

Infine, ha aggiunto una valutazione anche sull’operazione imprenditoriale che aveva coinvolto altri esponenti politici locali.

"Anche a loro sembrava una buona idea fare un piccolo investimento tutti assieme. Evidentemente se l’esito è questo non è stato imprenditorialmente intelligente".