L'inizio del processo per voto di scambio in Liguria, che coinvolge l'ex capo di gabinetto di Giovanni Toti, Matteo Cozzani, e altri undici imputati, è stato posticipato. L'udienza, originariamente fissata per il 16 settembre 2026 a Genova davanti al collegio presieduto dalla giudice Monica Parentini, sarà rinviata. Gli imputati sono accusati di corruzione elettorale per aver promesso posti di lavoro in cambio di voti dalla comunità riesina a favore della lista Toti durante le elezioni regionali del 2020.
Il rinvio è dovuto alla richiesta del perito, incaricato a giugno dal gip Giorgio Morando, di trascrivere in contraddittorio le intercettazioni dell'inchiesta.
Il professionista non ha completato il lavoro nei tempi previsti a causa della quantità di materiale da esaminare. Chiederà formalmente al tribunale una proroga di 30-60 giorni, spostando l'avvio del processo all'autunno inoltrato.
Le accuse specifiche e l'aggravante di Cosa nostra
Per alcuni imputati, tra cui Matteo Cozzani, i gemelli Arturo Angelo e Italo Maurizio Testa, e l'ex sindacalista della Cgil Venanzio Maurici, il reato è contestato con l'aggravante di aver favorito Cosa nostra. Sei altri imputati hanno chiesto al gip la messa alla prova. La decisione è attesa entro novembre, dopo la presentazione di un programma dettagliato concordato con l'Ufficio di esecuzione penale esterna (Uepe).
La posizione di Giovanni Toti e il meccanismo della messa alla prova
Nel filone d'inchiesta sulla corruzione elettorale, Giovanni Toti era stato inizialmente indagato, ma la sua posizione è stata archiviata definitivamente su richiesta dei pubblici ministeri Luca Monteverde e Federico Manotti. L'ex presidente della Regione Liguria sta attualmente svolgendo lavori socialmente utili, a seguito del patteggiamento a due anni e tre mesi per corruzione nell'esercizio delle funzioni. La messa alla prova prevede la sospensione del processo e l'affidamento dell'imputato all'Uepe per svolgere un programma trattamentale. Questo include, come attività obbligatoria, il lavoro di pubblica utilità, cioè una prestazione lavorativa non