Da una parte c'è il quartiere Testaccio di Roma, famoso per la vita notturna e per il cosiddetto “monte dei cocci”, una vera e propria discarica di terracotte a cielo aperto datata III secolo d.C. Dall'altra c'è il bambù, pianta asiatica per eccellenza, connessa nell'immaginario non solo al panda gigante, ma anche a mitologie di nascita e creazione. A mettere insieme queste due realtà è la sesta edizione di Enel Contemporanea: un'iniziativa che utilizza i multiformi linguaggi dell'arte per contribuire alla sensibilizzazione sul tema dell'energia sostenibile.
A partire dall' 11 dicembre sarà infatti possibile vedere una gigantesca installazione fatta di canne di bambù svettare tra i due padiglioni dell'ex-mattatoio, da dieci anni assegnati al museo MACRO e oggi noti come il complesso del MACRO Testaccio. A pochi metri dal “monte dei cocci”, questo grattacielo vegetale di una trentina di metri potrà ospitare al suo interno gli avventori, i quali avranno anche la possibilità di salire fino ad una certa altezza utilizzando le apposite scale dello stesso materiale.
L'opera, chiamata “Big Bambù”, è stata concepita dai gemelli americani e artisti concettuali Mike e Doug Starn ed è stata materialmente costruita con l'aiuto di un'équipe italo-americana di scalatori provetti.
Prima di essere scelta per rappresentare Enel Contemporanea 2012 (edizione che festeggia, tra l'altro, i cinquant'anni di Enel), è stata esposta sul tetto del Metropolitan Museum di New York nel 2010 e presso la sede della Wake Forest University a Venezia nel 2011.
Questa non è dunque la prima apparizione di “Big Bambù”, ma, a differenza delle precedenti, a Roma è intesa come opera permanente, collocandosi per di più in un'ottica di riqualificazione urbana. Oltre a questo, però, bisogna considerare il significato che la particolarissima struttura vuole trasmettere.
“Big Bambù” permette al visitatore di immergersi in una natura lontana e vuole essere, al contempo, una metafora della vita resa tangibile dal bambù e dalle sue caratteristiche.
Materiale robusto, seppur apparentemente leggero, grazie alla sua flessibilità può infatti articolarsi in percorsi intricati, come quelli che quotidianamente viviamo, per poi definire improvvisamente spazi più ampi, i nostri autentici momenti di ristoro.
Lo stesso curatore Francesco Bonami ha affermato che sarebbe corretto definire “Big Bambù” un'opera biologica, poiché, a conti fatti, viva in tutte le sue fasi, dalla concezione alla fruizione, passando per l'effettiva realizzazione.
Dato ciò, la vita come percorso continuo e l'idea di incessante evoluzione che vuole essere trasmessa si ritrovano coerenti con quello che era il sottotitolo dell'opera nella sua prima apparizione newyorkese: You Can't, You Don't, and You Won't Stop.