Tema caldo quello affrontato da Lorraine Levy che, nel film "Il figlio dell'altra" ora nelle sale, è regista e sceneggiatrice. Tema caldo doppiamente, perché si parla di Israele e Palestina, ma si parla anche di scambio di figli e di matrimoni ebrei e palestinesi. Sembrerebbe come mettere le mani in un magma incandescente, e per certi versi lo è, eppure nell'intimità ,queste due famiglie si assomigliano tanto. Al centro degli affetti familiari ci sono le due mamme, uguali e identiche nell'amore e nella dedizione, nel compito delicato di allevare figli fragilissimi e insieme determinati a farcela, in quel mondo che è molto più difficile del nostro.

Sulla pellicola dominano due immagini, quelle delle spiagge di Tel Aviv, grandi e popolose come le nostre, forse un po' più naif, e quella del grande muro della Cisgiordania che arriva fino al check point dove i palestinesi vengono ogni volta perquisiti prima di entrare in territorio ebraico. Il villaggio palestinese a cui arriva il grande muro è povero, si viene accolti da gruppi di pastori e pecore, gli interni delle case sono disadorni, e i bambini giocano a pallone in cortili circondati da mura di calce.

Dall'altra parte vi è una grande città, con le sue strade, i suoi negozi, una spiaggia gigantesca e una vita frenetica e produttiva. Il confronto è inevitabile. Ma dentro questi contenitori si sviluppa una storia incredibile e narrata con uno charme e una delicatezza che solo una donna può avere.

Si ricorda che la regista è la sorella del romanziere Marc Levy, autore di un romanzo da cui lei ha ricavato un film dal titolo 'Mes amis, mes amours' uscito nel 2008.

"Il figlio dell'altra" racconta la storia di una mamma ebrea che partorisce in un estate un bambino che durante un attacco terroristico viene scambiato con quello di una coppia palestinese. I due bimbi vengono allevati dunque in famiglie che non sono le loro, sino a quando il figlio della famiglia ebrea, dovendo partire per il servizio militare, scopre attraverso delle analisi di non essere figlio della donna che lo ha allevato. E' un colpo per tutti, ma la sceneggiatrice, vera maestra dei dialoghi, sa mettere in bocca ai personaggi delle due madri quelle parole che risuciranno a riequilibrare gli animi di tutti sino alla piena e totale accettazione dei due ragazzi.

Belli, nella loro complessità le figure dei padri, il primo alto ufficiale dell'aeronautica israeliana, e reduce della guerra in Iraq, l'altro ingegnere che ha dovuto rinunciare alla sua professione e adattarsi a fare il meccanico per allevare la famiglia. La compostezza dei dialoghi improntati a un alto senso etico, insieme alla veridicità delle scene, tra cui non mancano momenti di grande tensione e drammaticità, fanno di questa pellicola un'opera meritevole per una regista che ha lavorato per France Television, Canale Più e TF1 e che ha saputo trasformare una vicenda inquietante e dolorosa in un esempio di amore e di reciproca accettazione. Bravissimi anche i giovani attori che interpretano i ruoli dei figli scambiati e che incarnano esempi controversi di due modi di vivere la giovinezza oggi.

Un film da vedere per la scorrevolezza della narrazione e la delicatezza dell'approccio.