Alain Resnais è morto. Sembra incredibile a dirsi, lui che all'età di 91 anni sembrava ancora un ragazzino. Ma ci ha lasciato, nelle scorse ore, salutando per sempre Parigi e il mondo.
Lui che ha vinto ogni premio, lui che all'indomani della Seconda Guerra Mondiale seppe creare un nuovo linguaggio cinematografico. Aveva capito tutto: dopo le bombe nucleari, dopo i campi di sterminio, dopo la Guerra non era più possibile raccontare il nostro mondo con racconti legati da vincoli di causa-effetto. Sceglie l'irrazionale, il perturbante, si presta al montaggio parallelo, destrutturando quanto conosciuto sino ad allora.
Esplora le relazioni tra l'esperienza concreta e l'immaginario, l'immateriale, l'artificio. Semplicemente, un Maestro. Figlio di una famiglia borghese ma ben poco "borghese" al cinema: capace di rischiare a ogni nuovo film, audace di fronte alle difficoltà dei soggetti. Quasi alla ricerca costante, per fare film infattibili. E li ha fatti. Una vita destinata al cinema: il primo cortometraggio a 14 anni, il trasferimento a Parigi per seguire la sua passione. Poi la gavetta: particina da attore in un film di Marcel Carné, aiuto-regista, montatore, direttore della fotografia.
Ma l'Anno è il 1959, l'anno di "Hiroshima mon amour", il film-capolavoro con al centro la storia d'amore tra un architetto giapponese e un'attrice francese.
Il non rispetto della struttura cronologica, la memoria individuale che si compenetra con quella collettiva della storia, un flusso ininterrotto di coscienza tra reale e immaginario. Il film, una delle opere pacifiste più belle di tutti i tempi, presentato fuori concorso al Festival di Cannes, divide subito i critici. Il presidente di giuria, Marcel Achard, sbotta: "C'est de la merde". Un altro giurato replica: "No, è l'opera di un autentico genio". Ad ogni modo, il film interpretato dall'indimenticabile Emmanuelle Riva si rivela un successo strepitoso.
Resnais è anche l'autore politico per eccellenza. L'interesse per la storia recente si rivela in molti dei suoi primi film: "Muriel, il tempo di un ritorno"(1963) sulla guerra in Algeria, "La guerra è finita" (1966), storia di un militante comunista sullo sfondo della guerra spagnola anti-franchista.
Resnais non ha mai concepito, tuttavia, il suo cinema come strumento di militanza: l'attenzione alla Violenza della Storia è sempre stata parte indispensabile di una preoccupazione più generale sull'immaginario, di una riflessione sulla memoria e sul tempo, fattori costitutivi della fragile e imprendibile identità di ognuno. Negli anni, Resnais comincia dunque a indagare ancor più in profondità l'animo umano, tra pulsioni sessuali e la lotta per la sopravvivenza che riportano l'uomo alla sua natura animale. Tutto ruota attorno a un'ossessione crescente per la morte, la malattia, il suicidio. È un periodo cupo, pieno d'angoscia e di pessimismo.
E il Resnais uomo? Com'è stato? Ce lo racconta Bruno Pésery, uno dei suoi produttori più fedeli.
Lo ha descritto come un edonista capace di passare ore e ore a tavola, tra musica e risate. Resnais ha capito che l'unico modo per esorcizzare il fantasma della morte era quello di prendersene gioco. Cosa c'è di meglio di un "Aimer, boir et chanter" (amare, bere e cantare), il suo ultimo film presentato poche settimane fa al Festival di Berlino, come perfetta risposta all'angelo della morte che pochi giorni dopo l'avrebbe preso per sempre? Grazie, Maestro.