Il professor John Keating nel film "L'attimo fuggente", rivolgendosi ai suoi studenti, diceva: "Non leggiamo e scriviamo poesie perché è carino: noi scriviamo e leggiamo poesie perché siamo membri della razza umana e la razza umana è piena di passione. Medicina, legge, economia, ingegneria sono nobili professioni, necessarie al nostro sostentamento, ma la poesia, la bellezza, il romanticismo, l'amore, sono queste le cose che ci tengono in vita".

Fugge l'attimo, ma rimane la poesia. Nutrita dal segreto che ogni parola porta con sé, la poesia lo rende eterno, ne cattura la più intima essenza, ne parla all'uomo di ogni tempo e di ogni luogo.

E questo lo sapeva bene Nino Ferraù,"poeta assoluto" nato in Sicilia e adottato dall'Infinito, mente intuitiva abile ad intingere la penna nel Cielo per scrivere della Terra, caleidoscopico esponente della cultura del Novecentocapace di avvolgere nel suo abbraccio di parole (circa 150.000 versi, solo in parte raccolti, oltre le opere in prosa) tutti gli aspetti della variegata esperienza umana.

"Nino Ferraù. Un intellettuale. La sua anima. La sua epoca"

Curato da Luciano Armeli Iapichinoe reso prezioso dai contributi diCosimo Cucinotta, Antonio Baglio, Salvatore Giuseppe Vicario, Sergio Di Giacomo e Anna Franchina, ilvolume "Nino Ferraù. Un intellettuale. La sua anima. La sua epoca"si immerge, con eleganza di toni, nel "mare ferrauiano", affondandovi con entusiastico interesse, nuotandovi con sinuosa sagacia, scoprendovi perle di raro fascino.

Un mare creato dalla "sostanza segreta della poesia" enutrito dalla genialità di pensiero, sulle cui rive sostò, con sincera ammirazione, un autorevole Benedetto Croce.

La banchina del tempo consente di avere un illuminante incontrocon Ferraù e il periodo storico-culturale che lo vede protagonista,dagli anni Trenta ai primi anni Ottanta: con signorilità di linguaggio, trasporto ed effetti da trompe-l'oeil,il lettore viene proiettato nei luoghi che hanno segnato la vita e le vicissitudini artistiche dell'intellettuale siciliano: primo tra tutti, il paese natioGalati Mamertino, culla della passione per la poesia e fonte di continua ispirazione, approdo del nomade pensiero e scrigno di affetti, farfalla e aquila,"riso d'april, malinconia d'inverno".Una Galati, permeata dal ricordo della figura materna e degli affetti, che rimane sempre approdo, anche quando il suo volto, trasformato dal trascorrere del tempo, appare quasi straniero.

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Quello di Ferraù è un cuore immerso nell'anima del mondo, un cuore acceso dal Divino, percepito come essenza e respiro del creato, un cuore che scrive per sopravvivere ("il figlio di un poeta non è orfano mai") e crede fortementenella poesia. Ne sono brillante prova iversi composti per la morte dell'amico Salvatore Quasimodo:interrogandosi sulla sorte dell'anima del poeta, Ferraù arriva alla conclusione che essa continua a vivere "dove la voce non ha labbra e non stampa orme il piede", ossianei luoghi dellapoesia, oltre la pagina che si apre e la bara che si chiude.E, poi,c'è il poema non scritto, quello che "il viandante", nella sua ininterrotta ricerca, custodisce in sé, quello che non troverà né pagina, né voce.

L'amore, invece, luce e bellezza, follia e naufragio, attesa e ritorno, appare come una sorta difusione alchemica degli elementi: acqua di un "fiume senza foce",fuoco offerto all'infinito, aria che dà respiro alla malinconia, terra che nutre gli amanti.

Ferraù sosteneva che "il vero artista deve essere padre e maestro del suo tempo, capitano e non mezzano del suo tempo". E lui lo fu. Fu padre e capitano dell'Ascendentismo, movimento letterario da lui fondato insieme al Colonnello Salvatore De Maria.

Fu maestro per vocazione: e i veri maestri segnano svolte e illuminano prospettive, forniscono chiavi di lettura e indicano soluzioni, formano e informano, spingono a salire sul banco e stimolano a fare la differenza. Capitani e maestri: John Keating nell'ideale collettivo, Nino Ferraù nella vita.

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