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In A metà dell'orizzonte (Le Milieu de l'horizon, Jaca Book, traduzione di Yasmina Melaouah, pp.168, euro 14, con un testo di Andrea Bajani) Roland Buti rievoca un'estate particolare, quella del 1976, quando una prolungata siccità colpì la Svizzera.

A essere messa in crisi dalla canicola non è solo l'agricoltura elvetica, ma anche la famiglia contadina del tredicenne Gus, il quale in quei momenti vive una vera esperienza di trasformazione, una sorta rito di passaggio dall'adolescenza all'età adulta.

Un romanzo di formazione

Il libro può essere definito un Bildungsroman, un romanzo di formazione?

Sì. Il libro racconta la perdita dell'innocenza di un giovane adolescente che diventa brutalmente adulto.

Il mondo stabile, rassicurante della sua infanzia esplode. Il mondo va in pezzi. Diventando adulto, si rende conto che tutto ciò era solo illusione. La realtà è più complessa, ma tanto più interessante. Viviamo tutti nella nostra vita questo passaggio, a un dato momento. Questo passaggio si inserisce in un contesto più ampio. C'è anche il padre che deve lanciarsi nell'agricoltura industriale per salvare la fattoria, con l'allevamento intensivo di pulcini. I protagonisti hanno un legame con la natura e questa nuova attività è vissuta come un tradimento di un ordine naturale.

Nel romanzo succedono molte “catastrofi” (nel senso etimologico del termine) tuttavia non c'è mai un tono tragico, “catastrofico”... come ha ottenuto questo risultato stilistico?

La storia è una tragedia. La catastrofe è annunciata fin dall'inizio.

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E come nella tragedia classica alla francese: unità di luogo, di tempo, d'azione, con il sole che pesa sugli esseri come simbolo di questa fatalità. Le forze della natura partecipano a questa tensione fino al temporale finale. Ma c'è anche dell'umorismo. E si potrebbe parlare di tragicommedia per il fatto che la storia è vista in parte attraverso gli occhi di un bambino che legge fumetti. Tende a deformare la realtà, gli animali sono per esempio quasi per lui degli esseri umani.

Non un'autobiografia

Lei ha detto che questo romanzo “Non è un’autobiografia, ma raccoglie ricordi reali e la mia nostalgia per la campagna, luogo dell’infanzia”. Quali sono i ricordi di quell'estate del 1976?

La storia è inventata. Ma tutto ciò che si scrive si ispira a ciò che si vive, sente e così via. Dunque la fattoria esiste, il villaggio come è descritto anche. La fattoria è quella della mia famiglia, arrivata nel cantone di Vaud in 1906 e c'è un cugino che ci lavora ancora oggi. Da piccolo, andavo talvolta a passare la domenica alla fattoria, c'era Rudy, il cavallo, eccetera.

Quali sentimenti vorrebbe che provasse il lettore, finito il libro?

Spero che il lettore abbia avuto l'impressione di leggere una storia, delle quelle che costringono a girare le pagine fino alla conclusione. Ma che avrà anche scoperto una realtà sociale, l'atmosfera della nostra campagna Svizzera e quella di un'epoca, la metà degli anni Settanta. Spero che il libro possa continuare ad abitare nel lettore una volta finita la lettura.