"La gente ha paura di ammettere quanto conti la fortuna nella vita... Terrorizza pensare che sia così fuori controllo... A volte, in una partita, la palla colpisce il nastro e, per un attimo, può andare oltre... o tornare indietro. Con un po' di fortuna va oltre... e si vince... Oppure no... e allora si perde..." Con questa citazione dal repertorio di Woody Allen ("Match Point"), si apre il nuovo romanzo di Vincenzo Di Pietro: "Dal margine" (Roma 2016, Edizioni Ensemble).

Non molto corposo (poco meno di 140 pagine), ha avuto però una gestazione lunghissima. L'autore ha avuto bisogno di consigli e ripensamenti, prima di dare alle stampe un'opera così atipica.

Decisivo è stato l'appoggio di Roberto Bonfanti, al quale - per l'appunto - il romanzo è dedicato. Modello letterario è invece "A perdifiato" di Mauro Covacich.

L'autore

Vincenzo Di Pietro (Pescara, 1974) ha scritto il primo romanzo a quattordici anni. La sua carriera, di casa editrice in casa editrice, ha visto diversi romanzi di sapore "pop metropolitano": "Una strada buia" (1992); "Di notte" (1993); "Zona di guerra" (2004); "Non c'è più tempo" (2006); "Una condanna" (2010); "Senza te" (2011); "Baraonda!" (2012).

Con "Il numero di Dio" (2013), Di Pietro si è spostato sul terreno di Dan Brown, proseguendo con "Apocalisse" (2014). Entrambi sono un omaggio alla moglie Loredana, omonima di un personaggio di questi thriller. "Dal margine" rappresenta il ritorno al genere che ha caratterizzato in passato l'autore.

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La trama

Valerio Righi, pittore, viene catapultato dalle pacifiche Langhe piemontesi a Roma. Questo spostamento è, però, solo l'avviso di un più profondo mutamento. Finora, Valerio si è limitato a guardare la vita "dal margine", riposando in calcoli di carriera e in un consolidato amore alle soglie del matrimonio.

A Roma, invece, avviene il suo incontro con Giulia. Più che una ragazza, lei è "una sfumatura di tinte in progressione" (p. 31), tutta luce e movimento. Abbastanza da scuotere un cuore di pittore e farlo precipitare in un vortice di passioni che scombineranno tutta la sua regolata esistenza. Le tele di Valerio diventeranno getti di colori contrastanti; lui, "dal margine", si tufferà direttamente nella vita.

Vita, pittura, letteratura

Il protagonista, Valerio Righi, è omonimo del personaggio di scrittore attorno a cui ruotava "Senza te". Da figura sfuggente e "borderline", qual era il Valerio romanziere, si trasforma in giovane pienamente radicato nella realtà, ma incapace di esprimersi del tutto.

"Lascia stare la manualità, il saper disegnare non è dei pittori" gli raccomanda Paolo, il suo agente (p.60). "I pittori mettono sulla tela il loro incendio". La capacità artistica, quale compare nel romanzo di Vincenzo, è dunque un tutt'uno col saper vivere, inteso come abbandonare la progettualità del contemplativo e lanciarsi nelle passioni. Anche - verrebbe da dire - in modo un poco suicida.

Un romanzo simile non avrebbe potuto avere che un finale aperto. In un certo senso, "Dal margine" traduce in scrittura ciò che Valerio fa nella pittura: non architetta una trama, ma lancia colori (personaggi, situazioni) direttamente sulla carta. Esso ricorda il gusto già espresso in "Baraonda!", definito dall'autore "hellzapoppin' ": parola che torna nella presentazione di "Dal margine".

Lo strano romanzo di Vincenzo adombra una caratteristica degli artisti: il segreto piacere di vivere dentro l'opera, facendovi erompere sentimenti e sensazioni, prima che il loro incendio si spenga.