Dopo diciotto anni, gli A Tribe Called Quest escono con il nuovo album "We got it frome here... Thank you 4 your service". Formatosi nel quartiere Queens di New York a metà degli anni ottanta, il collettivo composto da Q-Tip, Phife Dawg e Ali Shaheed Muhammad muove i suoi primi passi, e fino al '98 producono cinque album tra cui "The Low End Theory", a cui ha collaborato il virtuoso del contrabasso Ron Carter e che il magazine Rolling Stone considera il 153° miglior album di sempre.

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Sono i promotori di un genere fuori dagli schemi per cui Tribe assume il significato di tribale si, ma sofisticato, con contenuti che vanno dal "music biz" alle politiche sessuali; la commistione tra suoni hip hop e jazz, mixati magistralmente, formano un sound accattivante ma al medesimo istante, armonioso.

ATCQ in un "Back In The Days" degno di nota

Tra di loro vi sono state pause e il dispiacere della morte di Phife Dawn, avvenuta il 22 marzo di quest'anno dopo circa venticinque anni di lotta contro il diabete.

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A quanto si dice, già da tempo vi erano rumors di una possibile reunion ma Q-Tip sottolineò che si trattava, forse, solo di un album. Così si son dati veramente da fare, riuscendo a produrre qualcosa che suona con una maestria unica, ma che per i trend del momento sembra un po' distonante. Beh, non importa. In mezzo a sonorità riconosciute e forse un po' datate, spicca qualcosa di nuovo. Live instrument provenienti da Q-Tip e da artisti come Elton John e Jack White, rendono il tutto degno di una vera e propria release rap, e voci nuove come quella Kendrick Lamar e di Andreson Paak modernizzano il concept del progetto.

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Rap

Phife partecipò alla produzione fino alla sua morte, possibilità che portò a risolvere alcune controversie tra lui e Q-Tip.

The Space Program, traccia che apre l'album, introduce testi da back in the days, ed è possibile rintracciare nel ritornello il lato sociopolitico che sta alla base del loro lavoro sin dagli anni '80. Di fatto, la traccia che segue We The People tratta argomenti più evidenti quali la deportazione e l'omofobia, mentre Conrad Tokyo, con Lamar, sottolinea la netta disapprovazione nei confronti di Trump, cercando di rimanere al centro della scena musicale a sfondo politico.

La Tribe non si è mai allontanata delle loro tendenze intellettuali, non screditando forme di clownerismo come è evidente in The Donald o in Mobius dove Busta Rhymes suona old, mantenendo una padronanza della metrica abbastanza stupefacente. Non mancano neanche dediche al compagno defunto, come in Black Spasmodic dove Q-Tip ricorda con affetto quando diceva a Phife: "Nigga, fu** awards, keep repping Queens!" o in Lost Sombody dove il coro di Katia Cadet può portare alla commozione dei più nostalgici.

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Parte della storia

Un collettivo, una storia e tanta cultura dietro, qualcosa che probabilmente sul nostro continente non abbiamo percepito ma che fa parte di ognuno di noi. A partire dalla Zulu Nation, dati gli ambienti in cui si muoveva la scena hip hop, quali ghetti e strade, alcuni rappresentanti hanno sentito il dovere di veicolare un messaggio positivo e di libertà, che arginasse però problemi sociali causati dal crimine, dalle dipendenze da droghe e la considerazione che l'hip hop sia mero intrattenimento, portando avanti l'idea di conscious rap.

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La Native Tongue Posse mirava alla cooperazione tra tutte e identità createsi a favore dell'hip hop, ma esistono associazioni come Temple of HipHop, fondato da KRS-One, che divenne famosa per produzioni come Self Destruction, un'inno contro la violenza o con campagne informative globali come: H.E.A.L. - Human Education Against Lies ("Educazione umana contro le menzogne").

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