Oggi siamo vivi (Nord, pagine 304, euro 16,90, traduzione di Roberto Boi) di Emmanuelle Pirotte è ambientato durante la Seconda guerra mondiale. Ardenne 1944. Nel corso dell'ultima disperata controffensiva i tedeschi hanno sfondato il fronte alleato. Il prete di Stoumont ha un'unica preoccupazione: mettere in salvo Renée, un’orfana ebrea nascosta nella canonica. Una jeep con a bordo due soldati americani si ferma davanti alla chiesa e lui, di slancio, affida a loro la piccola.

Tuttavia quei due si chiamano Hans e Mathias e sono spie naziste. Arrivati in una radura, Hans prende la pistola e spinge la bambina in avanti, in mezzo alla neve...

Quanto le è servita l'esperienza come sceneggiatrice cinematografica nella stesura di questo che è il suo primo libro?

Sceneggiatura e romanzo sono mondi completamente diversi, però avendo lavorato per anni nel mondo della sceneggiatura devo dire che è stata una scuola formidabile.

Per uno sceneggiatore, la regola principale è tenere sempre per mano lo spettatore, la storia dev'essere potente. Questo è un imperativo assoluto ed è anche un'ossessione cui non mi sono sottratta nella stesura del romanzo. E poi c'è anche l'elemento del ritmo: una sceneggiatura propone una serie di punti di vista, di visioni e questo in un romanzo non è necessario. Capita di rimanere allacciati a questi meccanismi, che alimentano la scrittura.

Oserei dire che farebbe bene a molti scrittori fare un'esperienza come sceneggiatori, specie agli autori che si compiacciono fin troppo della propria voce e che non fanno altro che scrivere ascoltandosi... Bisogna sempre far attenzione durante la stesura di una sceneggiatura a depurare e se prendi quest'abitudine la adotti anche per un romanzo.

Una coppia tabù

Quali rischi pensa di aver corso scrivendo il libro?

Quella iniziale è una coppia tabù, non concepibile nell'immaginario comune.

Un potenziale esplosivo, uiconoclastico. Una situazione cui dovevo essere all'altezza, che richiedeva elaborazione e che ho gestito con mio marito. Era necessario non cadere nel sentimentalismo, nei cliché. Ci siamo resi conto di camminare su un filo e non volevamo in nessun caso scadere nel manicheismo, le cose non dovevano mai essere o solo bianche o solo nere. Mathias doveva possedere spessore, una complessità che facesse capire che nei confronti della bambina aveva subito una sorta di fascinazione, ma che nel fondo restava se stesso.

Darsi una risposta

Che tipo di sentimento s'instaura tra Mathias e Renée e viceversa?

Mathias non agisce per salvare Renée, non compie un gesto carico moralmente o caritatevole. C'è qualcosa in lei che lo colpisce, forse l'umanità che lui ha perduto. Lui si trova in una logica di morte, non di vita, agisce in maniera istintiva, animale. Ma poi c'è qualcosa che scatta tra questi due personaggi. Renée a sua volta vive Mathias in modo particolare: in qualche misura lo elegge a suo salvatore, come sapesse già che sarà lui a salvarla, a non sparare, che lui uscirà dalla logica di morte in cui è sprofondato.

Da questo momento la loro relazione avrà una base di ineluttabilità: Mathias si chiederà sempre cosa sia successo quel giorno con quella bambina. Se potessimo incontrarlo oggi, lo troveremmo che si pone ancora questa domanda, senza sapersi dare una risposta. Renée non vede Mathias come un padre, almeno all'inizio, ma come un eroe, lo carica di qualità che lui in verità non possiede. Come descriverei il loro rapporto? Non di amicizia e nemmeno paterno. In greco ci sono tantissime parole per “amore”, mentre il francese è più povero, non ha queste sfumature, però direi che il loro è un rapporto d'amore, una forma un po' brutale e brusca, magari, ma amore.

Ritiene che una vicenda del genere sarebbe potuta accadere davvero?

Sì. Quando ci si documenta sulla seconda guerra mondiale, ci si rende conto che esistono storie del tutto incredibili, impossibili da immaginare. La Storia, quella con la S maiuscola, straripa di storie più improbabili di qualunque storia di fantasia.

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