Fino al 19 febbraio 2017 è aperta a Bologna la mostra dello scultore belga Peter Buggenhout (Gent, 1963): intitolata "The Blind Leading The Blind" la retrospettiva è promossa da Banca di Bologna e allestita nel Salone Banca di Bologna di Palazzo De’ Toschi. Abbiamo intervistato il curatore Simone Menegoi per farci raccontare qualcosa in più sull'estro di questo contemporaneo protagonista.

Quali sono le peculiarità dell’Arte di Peter Buggenhout?

Peter Buggenhout usa materiali eterodossi e provocatori (scarti di ogni genere, polvere, crini di cavallo, sangue animale…) per creare sculture estremamente complesse e irregolari; così complesse, che sembrano prodotti del caso e dell’entropia.

In realtà, le sue sono composizioni intenzionali, precise fino al dettaglio, realizzate con una manualità paziente e disciplinata. Il suo lavoro è una combinazione unica di verità letterale e artificio.

Come ha iniziato il suo percorso creativo?

Ha esordito come pittore, riscontrando fra l’altro un discreto successo. In seguito, ha avuto una specie di rigetto nei confronti della pittura: il medium gli sembrava sempre e comunque carico di una zavorra rappresentativa. Dopo alcuni anni di sperimentazioni ha esordito alla metà degli anni Novanta con le sue prime sculture: opere fatte di intestini di vacca conciati.

Ci sono degli elementi nella sua opera in linea con una città dal sapore medievale come Gent?

Buggenhout si dichiara ispirato da Gent. Ma non è la parte medioevale della città che lo affascina di più: è semmai la zona del porto, o il quartiere operaio in cui abita da tempo.

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Aree urbane in un costante stato di trasformazione, di flusso. E il flusso della realtà è, nelle parole stesse dell’artista, il tema principale del suo lavoro.

Come è nata l'idea della mostra?

Volevamo mostrare per la prima volta su larga scala un artista che in Italia era conosciuto solo attraverso le sue partecipazioni a mostre collettive. Ne ricordo due: Artempo, Palazzo Fortuny, 2007, e The Registry of Promise: The Promise of Melancholy and Ecology, Fondazione Giuliani, Roma, 2014. Inoltre, ci è sembrato affascinante il contrasto fra il luogo espositivo - il salone d’onore di un palazzo ristrutturato di recente, con pavimento di marmo lucidato a specchio - e queste creazioni che sembrano a prima vista delle enormi macerie.Quali sono le opere da tenere d'occhio?

La mostra si compone di due opere soltanto, dunque non c’è il rischio di farsene sfuggire una. Specialmente perché la più grande misura circa sei metri di altezza per dieci di lunghezza.