Artista noto per i suoi contenuti artistici dall’impatto visivo e comunicativo violento, Damien Hirst sbarca a Venezia con una personale, fino al 3 dicembre, a Punta della Dogana e a Palazzo Grassi, improntata su una ricostruzione immaginifica della riesumazione di un vascello nell’oceano indiano. Il relitto Cif Amotan II è stato riportato in superficie da una spedizione organizzata proprio dall’artista nel 2008 e questa mostra assurge a suggello dell’impresa compiuta.

Vita e stile

Britannico, classe 1965, esponente di spicco del Young British Artists, Hirst diventa centro nevralgico di uno stile caricato e parossistico negli anni novanta incentrato sulla tematica della morte e dell’effimero.

Animali squarciati in formaldeide sono il suo manifesto polemico artistico che hanno l’intento fermo di denigrare e colpire una certa opinione pubblica qualunquista.

Squali e mucche imbalsamati come una macabra vetrina necrofila di un mondo parallelo equidistante da quello reale vivente. Mentore e mecenate che appoggerà le sue discutibili opere è il collezionista Charles Saatchi, che suffragherà il suo successo. Prassi di vendita di Hirst è eludere gli schemi galleristici tradizionali con la vendita diretta al pubblico. La serialità compulsiva delle sue opere (spin paintings e spot paintings) mostra un disagio interiore, segnato da una adolescenza difficoltosa con un padre assente e una madre ossessiva, e una rivalsa nei confronti del contemporaneo in cui vive. Una sfida e una provocazione continua al senso della marcescenza che invade i campi del vitale soffocandolo.

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La mostra

Questo progetto espositivo ambizioso nasce dalla collaborazione tra Francois Pinault, noto collezionista, e l’artista. Un sodalizio intellettuale che sposa un certo gusto provocatorio nell’imporre una visione artistica autoreferenziale, di rottura con ogni parametro concettuale precedente, colto magistralmente dalla curatrice Elena Geuna. In questo iter è in mostra una rassegna di sculture di grandi dimensioni e materiali pregiati che riecheggiano la tematica del tesoro, ironizzando su un certo gusto per il gigantismo e il prezioso.

L’eco al classicismo è presente nell’approccio formale per poi perdersi in una critica a un certo accademismo e retorica. Vengono riprodotti gli oggetti trovati sul vascello con un polimaterismo antico e moderno, da busti di divinità egizie e greche a suoi autoritratti in veste di comandante. Il corpus artistico sottende l’idea del gioco e dell’esagerazione. Questo immenso patrimonio prezioso accumulato dal leggendario Cif Amotan II, schiavo vissuto in Antiochia, liberato e divenuto ricco, viene immesso sul vascello, denominato Apistos (incredibile), e inabissato per secoli creando una sorta di mito sulle eventuali meraviglie sul fondo dell’oceano indiano.

Lo spirito della mostra è di creare questa aurea di mistero e di riscoperta di questo episodio celato. A suffragio di ciò le sale sono corredate di video che riproducono la finzione del ritrovamento dei resti.

Damien Hirst punta in questa esposizione su un certo senso dell’epica e della sua contradictio in terminis, tentando di dare una svolta al suo percorso artistico.