"Forte come la morte è l'amore", dice il Cantico dei Cantici (Ct 8, 6). Sembrerebbe la citazione perfetta per riassumere "Io, Lauro e le rose" (2017, Di.Ar.Ma.), il romanzo autobiografico di Mario Artiaco. Una storia tanto forte da cambiare per sempre coloro che la leggono (asserisce l'autore). E tale da non trovare chi fosse disposto a pubblicarla integralmente, fino a spingere Artiaco a ricorrere al self-publishing.

E' la storia dell'autore, di un amico d'adolescenza detto Lauro...

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e, soprattutto, del "gigante buono" Giovanni, che nel romanzo diventa Raffaele. Tre ragazzi cresciuti in provincia di Napoli, in una cittadella marinara, e disposti a tutto, in nome della propria amicizia.

Anche a cercare di raggiungere il Messico con una barca a remi, per raggiungere lo zio e il mito calcistico del "gigante buono".

Ignoranza e bugie

Lauro e il protagonista hanno conosciuto Raffaele perché questi è venuto a vivere presso un cugino, Vittorio, nel loro stesso paese. Vittorio è morto, dice il "gigante buono"; e guida anche gli amici sulla sua tomba. Le rose sono quelle con cui i due ragazzi ringraziano il defunto per aver condotto Raffaele nella loro vita. Ma niente è ciò che sembra.

Vittorio non è il cugino del "gigante buono". E non è nemmeno morto. E' don Vittorio, che ha abusato per anni dei ragazzini di famiglie povere, col pretesto di aiutarli economicamente. Raffaele non ha potuto sottrarsi a lui: la madre aveva bisogno di quell'"aiuto". In più, a complicare le cose, c'era l'omosessualità del giovinetto: una vera vergogna, nell'ambiente chiuso e bigotto in cui viveva.

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Doveva subire, o don Vittorio avrebbe svelato tutto...

L'autobiografia di Artiaco diventa così denuncia: denuncia dell'omofobia e dell'ignoranza diffuse, dietro falsi atteggiamenti di carità; denuncia di un clima familiare di menzogna; dell'ipocrisia di chi finge di non vedere, davanti agli abusi e al tumore che ucciderà Raffaele (di un "ricchione", le persone "timorate di Dio" non si interessano). Anche se a salvare il "gigante buono" sarà un altro prete, insieme a un'assistente sociale, a una suora... e alla fede.

Amore e fede

Non ci sono miracoli, nella storia. Perlomeno, non di quelli che attirano folle e giornalisti. Il miracolo è l'inscalfibile bontà di un "gigante" che ha attraversato il male, senza diventare male egli stesso. E' l'amore di un compagno geloso, ma che rimane accanto a Raffaele fino all'ultimo, quando il tumore sembrerà avere l'ultima parola. Ma sembrerà soltanto. Perché- secondo Artiaco - la morte mette fine a una vita, non a una relazione. Rimangono lui, Lauro e le rose.