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Da qualche anno aveva smesso di scrivere, ed è stato come morire in anticipo. Uno scrittore è ciò che narra, vive in quello che racconta. Ogni testo è come un pezzo della sua coscienza di osservatore e di inventore di mondi. Ed in questo, Philip Roth, classe 1933, statunitense ed ebreo di Newark, cittadina nella baia di New York, è stato davvero sorprendente. Oltre ai suoi romanzi ed ai film che ispirato, si ricorda di lui, in Italia, una celebre e significativa intervista a Primo Levi, altro scrittore di prima grandezza, rilasciata da questi nel 1987 poco prima che si suicidasse. Adesso anche Philip Roth è morto, per insufficienza cardiaca, lo scorso 22 maggio, lasciando dietro di sé il ricordo di chi lo ha letto ed apprezzato.

Premio Pulitzer nel 1998 per "American Pastoral" - ma i premi letterari conquistati lungo la carriera sono stati oltre una ventina - ha colpito generazioni di lettori per il linguaggio spregiudicato e per le scene descritte con sapiente e scabrosa lucidità.

Pastorale Americana, un modello di racconto

Per comprendere Roth occorre analizzare un romanzo divenuto un pregnante modello comparativo di scrittura creativa. Pastorale Americana si legge tutto d'un fiato: interromperne la lettura è impossibile pena la perdita di ritmo e la suggestione anzi, il rapimento nel quale l'autore attira l'ignaro lettore.

Lo ammalia facendolo oscillare, nelle prime pagine, tra una vaga curiosità e la sensazione, solo apparente, di un romanzo malinconico sulla vecchiaia. Poi, non appena ci si addentra, si rimane completamente inebetiti dall’inaspettato fascino della scrittura di Roth, Che tenta un'operazione letteraria impossibile ben sapendo di proporsi un progetto di racconto impossibile. Il narratore del romanzo è un personaggio che si chiama Nathan Zuckerman, che è stato compagno di scuola del protagonista, Seymour Levov detto lo "svedese". Quindi reale nella finzione quanto quest’ultimo. Egli decide di narrare la vita dello svedese, ed intende farlo non dal suo limitato punto di vista di biografo, bensì da narratore autodiegetico, come se egli potesse effettivamente diventare “lo svedese”, interpretando l’esistenza di questi dal punto di vista di questi, acquisendo i sensi e la mente dello svedese e rivedendo la vita di Seymour Levov dalla prospettiva unica ed irripetibile di Seymour Levov. Pensate che idea: come se qualcuno volesse scrivere non la biografia ma l’autobiografia di Napoleone immaginando di poterlo incarnare.

Insomma, l’autore implicito di Roth avrebbe potuto narrare la vicenda dello svedese semplicemente con un incipit del genere: “io mi chiamo Seymour Levov detto lo svedese”. Così facendo avrebbe costruito un edificio narrativo basato su un narratore extradiegetico-autodiegetico molto più credibile, capace di informare il narratario in modo diretto delle vicende del racconto, cioè delle vicende della propria esistenza finzionale. Ma questo narratore autodiegetico a focalizzazione interna fissa non avrebbe saputo trasmettere, minuziosamente, il portato tragico della propria esistenza, troppo coinvolto in essa per leggerla con la sagace chirurgia dei caratteri di un narratore “interprete”. Nathan Zuckerman, il personaggio che l’autore implicito di Roth designa in questo ruolo è quindi un attore protagonista che assume una parte nella quale l’interpretazione supera il carattere dell’interpretato per assumere quella della storia dell’interpretato, la sua incarnazione finzionale. Per quanto in apparenza assurda e potenzialmente caotica, la strategia funziona.

Una vicenda tragica e scandalosa

Il personaggio di Zuckerman è indispensabile per tenere assieme l’intera architettura, una solida architettura necessaria a contenere la tempesta emotiva che il racconto suscita nel narratario, specialmente nell’evocazione del contrasto tra coscienze inconciliabili, il mondo perfetto dell’eroe americano positivo posto nella disarmante contemplazione del disastro, dell’autodistruzione, della tragedia vivida vissuta parola per parola, immagine per immagine, con un cinismo di figurazione che lascia esterrefatti per la completa mancanza di pudore del narratore. Questi non risparmia nulla degli accadimenti, scava nei pensieri senza tralasciare quelli più estremi, propone le vicende con una crudezza sorprendente ed indimenticabile. E’ vero che gli americani spesso guardano solo il proprio ombelico. Ma anche in questi casi lo fanno con una spietatezza degna della inarrivabile matrice shakespeariana.

Di qui, profonda è la commozione che si prova nel leggere il romanzo, nell’essere proprio lì con lo svedese che ritrova la figlia Merry in quello stato di abbrutimento quasi inenarrabile eppure così magistralmente narrato; nel provare con lui l’angoscia disperata del lento ma inesorabile procedere della tragedia e del crollo di ogni speranza, un intero mondo che cade preda di un fuoco malvagio che brucia e divora tutto, senza limiti e senza ragione. Il romanzo di Roth ci conduce sul serio nella dimensione possibile della Pastorale americana, fino all’apice, fino quasi ad impedirci d’immaginare quel che sta per succedere. Eppure succede. La caduta è devastante, così rovinosa rispetto alle premesse da risultare intollerabile ed intensa fino alle lacrime.