Una delle forme di effusione più praticate nelle società umane è quella dell’abbraccio. L’abbraccio si presta a diversi usi, finalità. Sicuramente, insieme al baciarsi, proviene da un humus emotivo particolarmente debordante. A volte, in quelle occasioni di sincera empatia, è difficile riuscire a non esercitarlo: in fondo è uno dei segnali che distingue chi prova emozione da chi è gelido come polvere lunare.

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Su queste basi, il romanziere israeliano David Grossman ha voluto usare nel suo libro pubblicato recentemente, l’umanissima manifestazione dell’abbraccio come cerniera significativa tra due esseri specialmente contigui: una madre col suo bambino.

La favola come medium

Il libro si chiama programmaticamente “L’abbraccio” (Mondadori, pag. 36) ed è stato pubblicato il 4 dicembre scorso. L’ottimo Grossman presenta fra le pagine prenatalizie di questo testo – che si avvale anche delle magistrali illustrazioni di Michal Rovner – una narrazione di stile favolistico: la favola è un riuscito mezzo per raggiungere lettori distanti; quindi, differentemente orientati come gusti, identità e limiti anagrafici.

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I fruitori di questo libro hanno la possibilità, grazie al medium in atto, di condividere ciò che leggono e li appassiona senza incappare in campi culturali rigidamente disposti. Lo scrittore David, conosciuto e tradotto in tutto il mondo, conosce bene gli strumenti per fare buona letteratura: ha al suo attivo, infatti, saggi, romanzi, letteratura per bambini e, nel caso del libro in questione, ha deciso verosimilmente che la forma della favola potesse rendere meglio di altre l’essenza della narrazione.

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Il racconto

La storia ha come fulcri due identità che hanno un rapporto speciale; uno di quelli ancestrali e che sono alla base dei primissimi nuclei parentali: madre e figlio. Il loro rapporto si muove intorno al tentativo di superare uno dei sentimenti – tipico di tutti gli appartenenti alla razza umana – che ha possibilità di manifestarsi durante l’esistenza. Si tratta del superamento della solitudine e del terrore che questa condizione fa germinare nella loro anima.

Insomma, il piccolo Ben e sua madre – i protagonisti del testo – ce la mettono tutta per sviluppare una possibilità che li porti a restare per sempre insieme. Ben sente di essere solo, giacché individuo, e intuisce che la stessa condizione sia presente negli altri esseri simili a lui: da ciò gli deriva un pauroso riassunto; ovvero, se ognuno è solo, ragiona, chiunque è prigioniero della propria finitezza.

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La madre riesce a dargli luce facendogli capire che pur se si è soli, tuttavia è proprio quel sentimento a dar particolare valore a tutti gli abitanti della Terra: ognuno è solo in maniera speciale, e ognuno ha la possibilità di condividere quella sua caratteristica solitudine con un altro essere, attraverso un abbraccio.

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