C’è chi racconta storie con le parole e chi lo fa con i suoni. Simone Sello è un musicista, produttore e compositore italiano trapiantato a Los Angeles. Ha costruito la sua carriera intrecciando esperienze internazionali e sperimentazione artistica.
Dalla collaborazione con giganti della musica come Vasco Rossi e Disney fino ai suoi progetti più recenti, l'artista ha sviluppato uno stile personale che fonde rock, elettronica, suggestioni cinematografiche e atmosfere da “Spaghetti Western”.
Il suo nuovo singolo, Grey Horse’s Standpoint, è un esempio perfetto di questa poetica sonora: un brano lento, meditativo e visivo, dove la musica diventa racconto e immagine allo stesso tempo.
Simone Sello: 'Ogni brano per me è una scena da vivere con gli occhi chiusi'
A quasi un mese dall'uscita del suo ultimo singolo, Blasting News ha intervistato Simone Sello per fare un viaggio attraverso la sua carriera e il suo modo di concepire il suo come un linguaggio universale.
Hai iniziato il tuo viaggio musicale in Italia per poi approdare a Los Angeles, collaborando con artisti internazionali e costruendo una carriera trasversale tra chitarra, produzione e composizione. Guardando indietro, qual è stato il momento in cui hai capito che la musica sarebbe stata il tuo linguaggio principale?
"Credo di averlo capito molto presto, da bambino, quando suonavo il violino e la chitarra, e probabilmente stavo già cercando un modo per raccontare emozioni.
La chitarra poi è diventata il mio strumento-voce, e da lì non ho più smesso. Più che una scelta razionale, è stato un riconoscimento: mi sono accorto che la musica era il linguaggio in cui mi sentivo completamente a mio agio, libero e sincero".
Nelle tue produzioni si incontrano mondi diversi: lo spirito europeo, l’immaginario del West, l’elettronica e le atmosfere cinematografiche. Come definiresti oggi la tua identità musicale?
"La definirei “transculturale e visionaria”, e profondamente influenzata dall’estetica surrealista, come quella in cui artisti come Salvador Dalí o René Magritte non si facevano certo problemi ad accostare elementi apparentemente lontani tra loro. È un territorio dove convivono Morricone, Kubrick, Moroder e la Tokyo notturna.
Mi interessa creare ponti: tra Europa e America, tra passato e futuro, tra strumenti reali e mondi sintetici. Le mie produzioni nascono spesso come colonne sonore per film che ancora non esistono — ogni brano per me è una scena da vivere con gli occhi chiusi, come in un viaggio".
Hai lavorato con nomi importanti come Vasco Rossi, oltre alla collaborazione con Disney, ma negli ultimi anni hai scelto una strada più personale e sperimentale. Cosa ti ha spinto a cambiare direzione e a metterti in primo piano come artista solista?
"In realtà la ricerca sperimentale è sempre stata presente, ma dopo tanti anni a servire la visione artistica di altri ho sentito il bisogno di dare voce alla mia. È un passaggio naturale: la produzione e la collaborazione mi hanno insegnato, e continuano a insegnarmi, moltissimo.
Però a un certo punto volevo rischiare con qualcosa che mi rappresentasse fino in fondo. Da lì sono nati il precedente The Storyteller’s Project e più recentemente Paparazzi, Izakayas and Cowboys, dove il mio immaginario, la mia chitarra e la mia estetica cinematografica finalmente coincidono in pieno".
Il nuovo brano e uno sguardo al futuro
Nel tuo nuovo singolo Grey Horse’s Standpoint la lentezza e la sospensione diventano elementi centrali. Che tipo di riflessione o stato d’animo volevi trasmettere con questa composizione?
"È un brano ispirato da immagini visionarie, che porta con sé il sapore dei grandi spazi dei western, ma con un tocco surreale e fantascientifico. È basato su un approccio di feedback “sinestetico” tra musica e immagini, in cui il tema, affidato al fischio di Alessandro Alessandroni Jr, omaggia il sound di alcune colonne sonore di Ennio Morricone.
Il brano però contiene anche elementi elettronici e psichedelici che spostano l’attenzione verso spazi ancora più ampi, come nel videoclip. Il “cavallo grigio” rappresenta la ricerca della consapevolezza e il coraggio: un essere mitico, a metà tra sogno e realtà, che prima osserva e poi si muove".
Ogni percorso artistico attraversa fasi di difficoltà o di pausa creativa. C’è stato un momento in cui hai pensato di fermarti o di cambiare completamente direzione?
"Ci sono stati momenti di disillusione, sì, ma mai di resa. Ogni pausa è diventata un laboratorio invisibile: quando sembra che nulla accada, in realtà la mente riorganizza, riassembla, prepara un nuovo capitolo. Credo che la creatività abbia bisogno anche del silenzio per rinascere".
Il tuo lavoro unisce strumenti acustici, chitarre e suggestioni visive. Come nasce oggi una tua composizione?
"Senz’altro da stimoli sensoriali: una memoria, un’immagine, un colore o un rumore naturale o urbano. Accendo la chitarra o il synth e cerco di tradurre quella visione in suono. Mi piace costruire i brani come piccole sceneggiature. C’è sempre un protagonista (un timbro, un accordo), un conflitto e una risoluzione. L’aspetto visivo è parte integrante del processo — non penso solo alla musica, ma a come “apparirà” nel mondo sonoro e visivo che la circonda".
Hai parlato del desiderio di affermarti anche nel mondo delle colonne sonore e delle produzioni internazionali. Dove ti vedi nei prossimi anni e quale sogno musicale ti piacerebbe ancora realizzare?
"Mi vedo sguazzare tra suono e immagini! Oltre alle mie produzioni personali, mi piacerebbe collaborare con registi che condividano la mia visione ibrida, dove musica e narrazione si fondono. Un mio sogno è realizzare un lungometraggio interamente costruito intorno alla musica — un’opera in cui il confine tra colonna sonora e racconto scompare. È il passo successivo naturale del mio percorso".