È morto il 4 luglio a Nyon, in Svizzera, all'età di 85 anni, Moritz de Hadeln, figura di spicco nel panorama cinematografico internazionale. Già direttore artistico della Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia nelle edizioni del 2002 e 2003, de Hadeln è stato ricordato dalla Biennale di Venezia con “sincero cordoglio”. L'istituzione, tramite il suo presidente, il direttore generale, la responsabile dell'Archivio Storico, il direttore artistico del Settore Cinema e il Consiglio di amministrazione, lo ha definito una “personalità colta e pragmatica, tessitore di relazioni con autori, artisti e produttori”.

Nato il 21 dicembre 1940 a Exeter, nel Regno Unito, e cresciuto tra Italia, Francia e Svizzera, de Hadeln si era avvicinato al mondo della fotografia e del cinema, iniziando la sua carriera come fotografo e documentarista. Nel 1969, insieme alla moglie Erika von dem Hagen, fondò a Nyon il Festival Internazionale del Cinema Documentario, oggi noto come Visions du Réel. La sua esperienza alla Mostra di Venezia non era nuova: aveva già fatto parte della Giuria internazionale del Concorso nel 1991, sotto la direzione di Guglielmo Biraghi.

Una carriera tra i grandi festival

La carriera di Moritz de Hadeln è stata segnata dalla direzione di alcuni dei più prestigiosi festival cinematografici mondiali.

Dal 1972 al 1977, ricoprì l'incarico di direttore del Festival di Locarno, contribuendo in modo significativo al suo rilancio internazionale. Successivamente, dal 1980 al 2001, guidò il Festival di Berlino per oltre vent'anni, consolidandone il prestigio globale e la reputazione di piattaforma per la scoperta di nuovi talenti.

Le sue due edizioni alla Mostra del Cinema di Venezia, nel 2002 e 2003, si distinsero per la qualità artistica delle opere selezionate e una marcata presenza internazionale. Tra i film presentati nel 2002 si ricordano “Frida” di Julie Taymor, “Lontano dal paradiso” di Todd Haynes, “Era mio padre” di Sam Mendes, “Full Frontal” di Steven Soderbergh, “Ken Park” di Larry Clark, “Piccoli affari sporchi” di Stephen Frears, “Oasis” di Lee Chang-dong, “Velocità massima” di Daniele Vicari e “The Magdalene Sisters” di Peter Mullan, che si aggiudicò il Leone d'oro.

L'anno seguente, nel 2003, la selezione includeva titoli come “Lost in Translation” di Sofia Coppola, “21 grammi” di Alejandro G. Iñárritu, “Anything Else” di Woody Allen, “Prima ti sposo, e poi ti rovino” di Ethan e Joel Coen, “Zatōichi” di Takeshi Kitano, “La moglie dell'avvocato” di Im Sang-soo, “Goodbye, Dragon Inn” di Tsai Ming-liang, “Le cerf‑volant” di Randa Chahal Sabbag, “Buongiorno, notte” di Marco Bellocchio, “The Dreamers” di Bernardo Bertolucci e “Il ritorno” di Andrey Zvyagintsev, anch'esso premiato con il Leone d'oro.

L'eredità e i riconoscimenti

Moritz de Hadeln si distinse anche per l'attribuzione dei Leoni d'oro alla carriera. Nel 2002, il prestigioso riconoscimento fu assegnato a Dino Risi, mentre nel 2003 lo ricevettero Omar Sharif e Dino De Laurentiis.

In quest'ultima occasione, de Hadeln valorizzò il ruolo creativo del produttore attraverso la retrospettiva intitolata “L'industria dei prototipi”.

La sua influenza nel panorama cinematografico europeo fu ampia, testimoniata dalla partecipazione a numerose giurie internazionali e da importanti onorificenze, tra cui il titolo di Commendatore dell'Ordine delle Arti e delle Lettere della Repubblica francese. Membro della European Film Academy, de Hadeln ha sempre sostenuto l'importanza di mantenere una selezione cinematografica aperta, considerandola non solo un'arte ma anche un fondamentale strumento di dialogo tra le diverse culture.