Nei primi nove mesi del 2012 sono state cancellate 55.000 aziende dal panorama economico italiano; quindi hanno chiuso in media in circa 200 al giorno. Un record se consideriamo l’ultimo decennio. Aumentano notevolmente i fallimenti e le altre procedure concorsuali ma anche migliaia di imprenditori che non versavano in difficoltà hanno deciso di cessare ugualmente l’attività per scarsa fiducia nel futuro.

Sono questi i dati emersi da una statistica condotta dal Cerved, società di valutazione del rischio del credito, secondo cui i fallimenti hanno raggiunto quota 9mila unità, il 2% in più rispetto al 2011, mentre le altre procedure non fallimentari sono aumentate del 7,3%, attestandosi a quota 1.500.

Sono state poi liquidate 45.000 aziende per varie motivazioni (società senza un bilancio valido, quelle con i conti in disordine e scatole vuote) nel corso di questi mesi, ma il dato che più fa riflettere e preoccupa riguarda quelle imprese, per la precisione 5.288, che hanno scelto volontariamente di uscire di scena, malgrado avessero tutte le carte in regola per continuare a operare. Scelta dettata probabilmente dalla consapevolezza che avrebbero potuto incontrare nell’immediato futuro condizioni di ulteriore recessione in grado di compromettere la loro attività.

Previsioni confermate dall’ultimo rapporto di “Analisi dei settori industriali” di Prometeia e Intesa che delinea scenari negativi prospettando che, se al termine del 2012 l’industria italiana registrerà la prevista flessione di fatturato del 5% a prezzi costanti, oltre il 10% delle aziende del Made in Italy” potrebbe attraversare una fase di scarsa liquidità.