Tra luglio e settembre un calo del PIL dello 0,9% in rapporto ad un – 3,5% calcolato su base annua ha messo in seria preoccupazione Tokyo che entra di diritto nella prima spirale della crisi che non sembra risparmiare nemmeno l’oriente. L’ultima coda dell’uragano crisi la si potrebbe definire: se la Cina deve risolvere un mucchio di questioni interne per conservare intatta la sua comunque evidente ascesa economica degli ultimi anni, il Giappone deve affrontare alcune problematiche analoghe al contesto europeo.

Il primo ministro Yoshihiko Noda ha detto che il Governo prenderà di sicuro provvedimenti urgenti e non è escluso che la Banca centrale, già reduce da una doppia manovra di ulteriore espansione della politica monetaria possa rafforzare ancora i suoi programmi di acquisto previsti per dicembre.

Il ministro delle politiche economiche Seiji Maehara ha comunque sostenuto di essere pessimista riguardo la fuoriuscita immediata del Giappone da quest’accenno di recessione. La domanda interna è scarsa, la produttività ristagna e l’unico fattore che consola è la resistenza a buoni livelli del già robusto yen.

Se la domanda interna sembra contratta, al Giappone pare essere pesato il conflitto (da molti ritenuto inutile e anacronistico) intrapreso ultimamente con la Cina per alcune isolette tuttora sotto l’egida nipponica, rivendicate dalla Cina, che al contempo hanno causato il boicottaggio di alcuni prodotti Giapponesi proprio in Cina (che non è un paese piccolo) che pare abbia infierito in modo significativo sull’export del Giappone.

Se all’inizio dell’anno la ricostruzione post-tsunami aveva comunque mostrato un Giappone reattivo e voglioso di intraprendere un discorso interessante e competitivo tra i ‘potenti del momento’ sul piano economico, ecco che dieci mesi dopo si deve raccontare tutta un’altra storia.