Che la crisi attuale sia grave non è affatto una novità, ma preoccupanti sono i dati i dati Nielsen, la società americana di ricerca, sugli investimenti a novembre 2012 per il mercato pubblicitario.

La pubblicità è ancora l'anima del commercio, come recitava un vecchio adagio?

Sembrerebbe che il proverbio possa essere posto in discussione, giacché la pubblicità, soprattutto quella televisiva, è in crisi profonda.

Per il penultimo mese dello scorso anno, il calo generale degli investimenti in pubblicità certificato dalla società di ricerca americana è stato del 23% portando la variazione complessiva, rispetto al 2011, al -14%.

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Si tratta di una perdita notevole che può essere preoccupante se si leggono i datti riguardo la televisione.

Gli investimenti pubblicitari in tv negli ultimi undici mesi dello scorso anno fanno registrare una flessione del 15,3%, con il risultato, a lungo termine, non solo del calo del potere d'acquisto, ampiamente già in atto, ma anche del ridimensionamento degli operatori del settore televisivo, con la conseguenza di nuovi possibili licenziamenti.

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Anche gli altri settori non vanno meglio: ad eccezione di Internet (605 milioni, +7,1%), tutti i media tradizionali presentano segni negativi: oltre alla tv, perdono investimenti i quotidiani (-16,9%), i periodici (-17,8%), la radio (-10,2%) e il cinema (-24,9%).

Tornando alla tv, l'emittente più colpita dalla flessione della pubblicità è la Rai che perde ben il 22,2% degli investimenti con solo 778 milioni di euro di pubblicità: possiamo temere un'ulteriore impennata del canone per il prossimo 2014?

Anche Mediaset non "vive" meglio visto che, secondo i calcoli elaborati da "milanofinanza.it" ha perso più dell'intero comparto (-16,6%) con 2.233 miliardi di euro investiti.

Percorrono, invece, la strada in controtendenza La7 e Sky Italia. L'emittente del gruppo Telecom Italia Media, con la "Cairo Communication" che ne raccoglie la pubblicità, ha incassato spot per 165 milioni (+1,6%), mentre Sky ha chiuso l'ultimo trimestre 2013 con una raccolta di 340 milioni (+2,4%).

Ovviamente, i diversi andamenti dei gruppi tv modificano anche, seppure di poco, le quote di mercato, ma quanto interessa al cittadino comune è comprendere come "leggere" tali dati.

Non si tratta che della flessione generale del mercato: meno richieste da parte dei consumatori riducono, ovviamente, i bilanci delle aziende che riducono le spese per la pubblicità, innescando una catena che finisce con il produrre nuova disoccupazione, tanto più che il calo di investimento pubblicitario coinvolge le principali catene alimentari, dell'automobile e dell'abbigliamento

Tra i pochi settori merceologici in crescita si distingue l'incremento pubblicitario del "Turismo/Viaggi (+8,3%)".

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