La sesta sezione civile di Milano ha ieri depositato la sentenza che "dichiara la falsità" di 723 firme prodotte a sostegno della lista "Per la Lombardia" di Roberto Formigoni, che, grazie a tali firme, poté candidarsi e venne riconfermato alla guida della Regione Lombardia nelle elezioni del marzo 2010.

Con le elezioni del febbraio scorso sono però cambiati il consiglio regionale e la giunta, così la sentenza è arrivata in ritardo. Adesso, in seguito alle elezioni per il parlamento, Roberto Formigoni è senatore del Popolo della Libertà. L'unico effetto pratico della sentenza è la condanna a pagare ai querelanti Radicali Marco Cappato e Lorenzo Lipparini 15 mila euro per le spese processuali.

La causa è iniziata due anni fa, grazie alla denuncia presentata dai Radicali, che ne hanno fatto una battaglia politica. La "querela di falso" contro la Regione Lombardia e tutti i consiglieri regionali lombardi dell'epoca chiedeva di conseguenza anche l'annullamento delle elezioni amministrative in questione. Le firme che vennero presentate per far concorrere il "listino" di Formigoni erano 3900, mentre la quota necessaria in termini di legge era di 3500.

I Radicali non si sono limitati alla causa civile, bensì hanno anche intentato causa in sede amministrativa e poi anche in sede penale. Vi è così ancora in corso un processo per falso ideologico che vede come imputato Guido Podestà, presidente della Provincia di Milano (all'epoca coordinatore lombardo del PdL).

Ecco cosa hanno dichiarato Cappato e Lipparini: "L'Italia è il Paese dell'impunità e dell'antidemocrazia". Per i Radicali Formigoni "avrebbe dovuto andarsene a casa in ragione della truffa elettorale, senza la quale non avrebbe nemmeno potuto essere candidato". I Radicali hanno anche dichiarato che "Siamo anche il Paese dove chi ha scoperto e denunciato la truffa - i Radicali - è stato cacciato dalle istituzioni regionali e nazionali. Ci auguriamo che qualcuno dei neoeletti consiglieri regionali chiederà alla Regione se le parcelle degli avvocati difensori esterni della Regione Lombardia, che tanto hanno fatto per cercare di impedire o ritardare l'accertamento di una scomoda verità, siano state pagate dalla Regione, ovvero dai noi tutti cittadini contribuenti ed elettori."

Gli avvocati dei querelanti sono stati Simona Viola, Mario Bucello e Renato D'Andrea, i quali così si sono espressi: "La decisione da un lato ci conforta, perché mostra la sensibilità del Tribunale Civile di Milano verso le speciali e delicate esigenze di giustizia che circondano i giudizi elettorali. Per altro verso, nonostante gli sforzi di celerità profusi anche dal Tribunale, la sentenza giunge quando ormai il Consiglio Regionale - abusivamente eletto grazie a operazioni manipolative - è stato sostituito da nuove elezioni. Se l'accertamento della falsità fosse stato di competenza del Giudice Amministrativo avrebbe potuto sopraggiungere in tempo utile per invalidare le elezioni. In questo quadro è indispensabile porre rapidamente all'ordine del giorno del nuovo Parlamento la necessità delle riforme volte a rendere effettiva la giustizia elettorale per scoraggiare nuovi abusi, assegnando al Giudice Amministrativo la competenza a decidere sulle falsità emerse nei procedimenti elettorali".

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