Un altrocolosso dell'economia italiana chiude i battenti; non serve tornare indietro ditanti anni per ricordarsi quanti di noi avessero in casa un televisore di marcaMivar.
Erano apparecchiprodotti alle porte di Milano ancora con il tubo catodico e si permettevano illusso di fronteggiare la concorrenza di industrie come Sony e Philips.
Alla finedegli anni novanta però l'avvento della nuova tecnologia con i cristalliliquidi (i cosiddetti televisori LCD,quelli con schermo piatto ed esteticamente più gradevoli, senza l'ingombrante "coda"finale), rese sostanzialmente obbligatoria una nuova componentistica che legrandi marche estere appaltarono in Oriente, con costi di manodopera ovviamenteminori rispetti a quelli sostenuti da coloro che producevano tutto in casa.
La Mivar cercòquindi di adeguarsi al mercato, ma entrò quasi subito in crisi e da anniproduceva in forte perdita; circa 100€ a pezzo che lo storico fondatore CarloVichi (da qui l'acronimo Mivar "Milano Vichi Apparecchi Radio" nata nel 1945) ripianava personalmenteogni anno dal 2001.
Dopo circa 100 di milioni di euro spesi (più i 30 investitiper il nuovo padiglione industriale di Abbiategrasso, un gioiello tecnologicomai utilizzato), i dipendenti scesi a 40 (erano 1000 nel 1998) e pile ditelevisori non venduti, il proprietario ha gettato la spugna; inutilecontinuare senza intravedere un barlume di speranza.
Per i restanti il consueto e triste iter della cassaintegrazione o del prepensionamento.
Entro fine novembre la produzione cesserà e rimarranno solopochissimi dipendenti per gestire l'assistenza e la manutenzione dellafabbrica.
Vichi, nonostante i 90 anni appena compiuti, continuerà alavorare; con le figlie sta progettando una linea di arredamento specializzatanella produzione di tavoli ergonomici, ma comunque l'ennesimo pezzo dellanostra storia economica finisce con un epilogo malinconico.