Leleggi di stabilità e le mille-proroghe che ogni anno il governo vara sono solotasselli di un puzzle molto complicato. Le azioni e gli sforzi dei governiMonti e Letta sono stati diretti a favore della crescita e dello sviluppoeconomico, senza mai soddisfare le attese. Le cause di questi fallimenti hannoradici molto profonde che si dipanano tra la società, la cultura e l'economiaitaliana. La convinzione di poter trattare il sistema-Italia variando ogni annocifre e percentuali e preoccupandosi solo dei calcoli su carta, non ha aiutatonessuno ad identificare e risolvere il problema.

Per una crescita reale e sostenibile occorre poterfare impresa. Lo Stato negli ultimi anni, invece di favorirla, continua asoffocarla. In che modo?

Ilprimo motivo è la mancanza di una visione. Negli anni '60 figuravamo tra ileaders mondiali nel settore energetico, informatico, automobilistico,metallurgico, nella moda e in diverse produzioni alimentari. Avevamo una visionedi lungo periodo ben delineata sull'industria, tanto da entrare nel G8 e dariacquisire la tanto agognata importanza internazionale.

A partire dagli anni'80, l'ondata neo-liberista che mitizzava il ruolo della finanza ha investito inostri imprenditori trasformatisi in quei grandi finanzieri e banchieri che inun ventennio hanno distrutto tutto il nostro patrimonio economico reale.

Attualmente l'Italia non ha un settore su cui focalizzare le proprie forze el'industria è destinata a crollare. È difficile fare impresa in un ambientealeatorio e fatiscente come il nostro: gli investimenti sono totalmentescoraggiati.

Lo stimolo alle start-up tentato da Monti è stato vano proprio acausa della crisi industriale. I campi in cui oggi un imprenditore può puntaresono quello agricolo (grazie alla bassa pressione fiscale), enogastronomico,turistico e logistico.

Ilsecondo motivo è la pressione fiscale esosa e logorante per le imprese, temache riesce ad unire i sindacati e la Confindustria. Le imprese, oltre a non sostenere i costi diproduzione aumentati dalla crisi, non possono assumere giovani o investire inricerca e sviluppo a causa dell'inefficiente tax system.

L'elevato cuneofiscale strozza tanto la produttività quanto l'occupazione. I dati di inizio annoriportano una situazione ancora allarmante. Secondo la Cgia di Mestre, nel 2013il 95% delle aziende italiane ha subito un aggravio fiscale tra i 270 e i 1000 eurorispetto al 2012, con una tassazione tra il 53% e il 63%.

Ilterzo fattore è la burocrazia gigantesca e macchinosa che rallenta la produzione e soffoca leaziende, senza dimenticare che lo Stato pretende il pagamento regolare delletasse, non rispettando in primis i termini di scadenza: sono ancora più di 10 imiliardi che la Pubblica Amministrazione deve alle imprese italiane per ilavori svolti in passato.

Ilquarto problema è il sistema creditizio italiano. La crescita italiana degliultimi 50 anni è sempre stata stimolata, favorita e accompagnata dal creditofornito dalle banche. Con l'acuirsi della crisi, le banche hanno smesso diconcedere crediti, diventando del tutto avverse al rischio. Questo ha causato l'aumentodei tassi di interesse, il fallimento di migliaia di imprenditori, e ladiminuzione della produzione, con effetti regressivi su tutti i consumi.

Oggi l'accessoal credito da parte di imprese che vogliano investire è cosa ben ardua.

Aldi là delle divisioni politiche, l'individuazione di nuovi settori strategiciper l'Italia, l'alleggerimento della pressione fiscale a favore di occupazionee innovazione, lo snellimento della pubblica istruzione e la riqualificazionedel sistema creditizio potrebbero essere le soluzioni che metterebbero tutti d'accordo,per poter finalmente parlare di crescita reale, sviluppo e benessere.

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