Gli italiani non hanno più voglia di fare impresa: a frenarli la burocrazia, le difficoltà nell'accesso al credito e, soprattutto, la paura di fallire. Nel nostro Paese il "tasso di nuova imprenditorialità", che misura la propensione ad avviare un'impresa e le nuove imprese avviate da meno di 42 mesi, è il più basso del mondo.
Lo rivela la ricerca internazionale GEM (Global Entrepreneurship Monitor) nata dalla collaborazione tra London Business School (Uk) e Babson College (Usa), curata per la parte italiana dal professor Moreno Muffato dell'Università di Padova, che rappresenta oggi tutti i continenti, tre quarti della popolazione mondiale e il 90% del Pil globale.
In Italia la voglia di fare impresa si ferma al 3,43%, contro il 4,57 della Francia, il 5,21 della Spagna, il 7,14 del Regno Unito, mentre in Irlanda e Olanda più del 9% della popolazione attiva aspira ad avviare o ha avviato da meno di tre anni e mezzo, un'impresa; negli Stati Uniti sono il 12,73%. Nel 2013 la nuova imprenditorialità è stata concentrata nel comparto dei servizi al consumo (commercio, ristorazione); il settore manifatturiero, con il 30% di nuove attività, ha recuperato rispetto al 2012, come pure hanno leggermente recuperato i servizi. Le nuove imprese, però, non generano nuova occupazione: l'aspettativa a 5 anni dalla creazione della nuova impresa è l'assunzione da zero a cinque dipendenti.
In molti casi le nuove imprese sono state avviate per mancanza di alternative, o per disperazione. Per il nostro Paese i valori della "imprenditorialità per opportunità" sono molto vicini a quelli dalla "imprenditorialità per necessità", mentre in altri Paesi europei il primo è multiplo del secondo. L'imprenditorialità per opportunità, inoltre, in Italia è di molto inferiore a tutti gli altri Paesi. Il 29% degli italiani pensa di avere capacità imprenditoriali, ma solo il 17% ha la percezione che nel nostro Paese vi sia il contesto ambientale favorevole a fare impresa.
Uno dei freni è la paura di fallire: negli Stati Uniti un nuovo imprenditore su tre si blocca per il timore di veder fallire la propria impresa; in Gran Bretagna il 36%, in Francia il 41%.
In Italia quasi un aspirante imprenditore su due si ferma prima di avviare l'impresa, solo in Grecia e Giappone la paura pesa più che da noi. Il profilo di età dei nuovi imprenditori si è spostato in avanti testimoniando una vitalità delle fasce più mature che potrebbe essere associata anche ad una imprenditorialità per necessità. Dall'analisi del GEM emerge un contesto di grandi opportunità per l'attività d'impresa, ma che incentiva poco sia per le carenze nella formazione e nell'approvazione sociale, sia per carenze nelle infrastrutture e nei programmi di sostegno.
Le tasse sono un vero peso per le imprese secondo la quasi totalità dei giudizi espressi, tuttavia l'aspetto principale è posto sulla burocrazia: gli interventi di policy non sostengono adeguatamente l'imprenditorialità perché non sono applicabili in modo prevedibile e coerente, con la conseguenza che fronteggiare la burocrazia, le regole, le licenze, è piuttosto difficoltoso per le nuove start up.
È diffusa, infine, la convinzione che la cultura del Paese non sia abbastanza favorevole al successo individuale raggiunto con i propri sforzi in quanto l'autoimpiego, l'autonomia, l'iniziativa personsale non vengono sufficientemente enfatizzati. Problemi di contesto ambientale che determinano un deficit culturale nella propensione a fare impresa.