Che il lavoro nero o irregolare sia una delle piaghe endemiche del nostro sistema economico è cosa risaputa. Ma ora una recente indagine della Cgia di Mestre mette in evidenza le proporzioni abnormi che, a motivo di una serie di concause, ha raggiunto il fenomeno. L'indagine mette in evidenza come il problema sia trasversale [VIDEO] a tutti i settori economici, anche se in alcuni, come edilizia e, ancor di più, agricoltura, si più accentuato. Addirittura ci sarebbero esattamente 3 milioni e 300 mila lavoratori completamente sconosciuti a Fisco, Inps, Inail e, quindi, senza alcun tipo di tutela. La Cgia ha calcolato anche il fatturato che viene sottratto all'imposizione fiscale.

E si tratta ci una cifra ragguardevole. Stiamo parlando, infatti, di più di 77 miliardi di euro ogni anno.

L'analisi della Cgia

Il problema del lavoro nero si collega ad altre questioni estremamente sentite nel nostro Paese. Una di queste è l'evasione fiscale, l'altra, la questione meridionale. Infatti, data l'alta pressione fiscale che tuttora contraddistingue il nostro sistema tributario, molti, sia tra le aziende che tra i privati sopratutto al Sud, ricorrono al lavoro nero, per sbarcare il lunario. Di conseguenza, le casse dello Stato, ogni anno, perdono qualcosa come 42 miliardi e 600 milioni di euro. Soldi, che se recuperati a tassazione, potrebbero incidere notevolmente sulla pressione fiscale facendola abbassare considerevolmente.

Naturalmente, per poter ottenere questo risultato occorre che il Mezzogiorno d'Italia cresca economicamente e attiri investimenti pubblici, ma, sopratutto privati.

La Cgia, infatti, ha messo in evidenza nella sua indagine, come il fenomeno del lavoro nero sia particolarmente sentito nel Sud più profondo d'Italia. In Regioni come la Calabria, Campania e Sicilia. Queste tre Regioni, messe insieme, totalizzano un esercito di lavoratori irregolari che ammonta a 841 mila e 500 lavoratori.

Le mancate entrate per le casse dello Stato, sommando gli importi calcolati dalla Cgia per queste tre Regioni ammontano a circa 9 miliardi e mezzo di euro. In termini percentuali, rispetto alle stime del Pil ufficlale, il sommerso di queste tre Regioni, sempre in forma aggregata, è pari al 22,1% del Pil. Se, poi, si pensa che il dato totale di mancate entrate, cui accennavamo poco sopra, di 42 miliardi e 600 milioni di euro è pari a circa il 40% del Pil ufficiale si riesce a comprendere meglio le proporzioni del problema a livello nazionale.

Anche perché le mancate entrate, danneggiano, più o meno indirettamente, anche le attività regolari che, da una parte, si ritrovano con un'imposizione tributaria maggiore di quanto effettivamente dovrebbero pagare se il problema del lavoro nero fosse ridimensionato e residuale.

Ma, dall'altra, si trovano anche a dover fronteggiare la, ovvia, concorrenza sleale delle aziende che ricorrono al lavoro nero e dei lavoratori in nero stessi. Questo, ovviamente, perché non pagando contributi, né assicurazioni obbligatorie, hanno un costo del lavoro [VIDEO] decisamente inferiore. E possono, quindi, offrire i loro beni e servizi a prezzi decisamente più convenienti per il consumatore finale.

Le proposte di soluzione della Cgia

Per contrastare e, possibilmente, risolvere il problema del sommerso, l'indagine della Cgia mette in evidenza come sia necessario non solo abbassare le tasse in generale ma anche i contributi previdenziali in particolare. Secondo la Cgia sarebbe opportuno anche ripristinare, in qualche forma, i voucher, come evidenzia "Repubblica". Sopratutto, come mezzo per favorire l'emersione del lavoro nero. Ma adottando opportuni correttivi per evitare i casi di abuso del passato. Sarebbe necessario, a questo scopo, come messo in risalto dal "Corriere della Sera", aumentare e potenziare gli organi preposti all'attività di controllo. E dare il via ad una campagna educativa di sensibilizzazione in tutti i settori sociali per promuovere la cultura della legalità. Staremo a vedere come verranno recepite queste indicazioni dal nuovo Governo.