Stiamo andando meglio o stiamo andando peggio? Regna una gran confusione nella comunicazione delle questioni economiche sui media del nostro Paese. L'Italia delle TV, dei quotidiani e delle news digitali si divide per lo più tra quelli che interpretano una visione catastrofista della situazione economica italiana e quelli invece che dipingono un quadretto roseo ad ogni minimo segnale positivo tra le migliaia di dati che vengono quotidianamente propinati all'opinione pubblica da parte di istituzioni o di soggetti "competenti" a vario titolo sugli argomenti in questione.

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Stiamo ai fatti. L'ISTAT attraverso il suo sito web, alla data del 29 maggio, rileva che "Nel primo trimestre del 2015 il prodotto interno lordo (PIL), è aumentato dello 0,3% rispetto al trimestre precedente confermando la stima preliminare diffusa il 13 maggio 2015 scorso.

La crescita del PIL è stata dello 0,1% nei confronti del primo trimestre del 2014". Una reazione di entusiasmo a questa notizia non è giustificabile così come non è giustificabile una reazione altrettanto netta di segno opposto. Dopo un triennio di continua caduta in basso del Prodotto Interno del nostro Paese, l'impressione che hanno buona parte degli analisti internazionali è che in Italia si sia finalmente toccato il fondo e si prepari un rimbalzo in alto la cui solidità e durata nel tempo saranno tutti da verificare.

La congiuntura valutaria favorevole, il basso prezzo del greggio oltre che le azioni che hanno messo in campo le istituzioni internazionali come la BCE, hanno dato un contributo positivo alle dinamiche di crescita, alla finanza, al sistema bancario e all'economia reale, agevolando il manifestarsi di segnali di coesione e di rafforzamento in ambito europeo e quindi nazionale.

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Il quadro strutturale del nostro Paese comunque non è cambiato ed è sempre caratterizzato da un elevato debito pubblico che pesa sul sistema delle imprese e delle famiglie attraverso una straordinaria pressione fiscale rispetto a quella dei più grandi Paesi sviluppati del mondo.

Le aspettative delle persone sono più alte. Uno 0,3% di PIL positivo rispetto al trimestre precedente non è in grado di tramutarsi immediatamente in effetti altrettanto positivi sul tasso di disoccupazione o sul numero dei nuclei famigliari al di sotto della soglia di povertà; per avere esiti di tal genere solitamente ci si aspetta di veder consolidati e rafforzati questi trend per periodi lunghi in modo tale che le imprese ubicate sul nostro territorio recuperino fiducia per il proprio futuro e si lancino in investimenti ed in operazioni di crescita utili all'intera collettività.

Il tempo di reazione del sistema delle imprese questa volta appare però fin da subito più lento rispetto al passato, questo perché in questi tre anni c'è stata una contrazione del tessuto imprenditoriale che ha inciso seriamente ridimensionando il numero delle imprese attive e la loro capacità di competere sui mercati nazionali ed internazionali.

Taluni settori, come quello dell'edilizia, sono stati letteralmente investiti da una ristrutturazione incisiva che ha visto perdere sul campo migliaia di imprese lasciando quindi ipotizzare un recupero degli occupati non così veloce nè consistente come quello invece auspicato dalle famiglie.

Ampia parte della popolazione italiana che ascolta e legge le notizie economiche, rimane pertanto in attesa di qualche buona notizia che abbia immediati riscontri positivi sulla propria condizione personale.