Il nuovo modello per il dopo-Brexit, confermato da voci interne al Parlamento europeo, dovrebbe essere quello della Norvegia. Un sistema molto criticato dagli euroscettici inglesi che, invece, vorrebbero staccare del tutto la spina dall’Unione Europea. Essere all’interno dello spazio economico europeo ha un vantaggio fondamentale: l’iscrizione  al mercato unico a cui hanno accesso 28 paesi e, con qualche particolarità, anche Islanda, Liechtenstein e Norvegia, permette il privilegio dell’assenza di dazi, importantissimi per un Paese che ha stretti legami con gli Stati dell’UE.

Ciò riguarda Soprattutto la Norvegia, che destina l'80% delle sue esportazioni (pesce, gas e petrolio) all’UE, diventando cosi un partner fondamentale per molti Stati limitrofi.

Ma ovviamente l'inserimento nel mercato unico a condizioni particolari porta con sé anche degli obblighi: il primo concerne il rispetto di uno dei principi fondamentali dell’Unione Europea, ossia la libera circolazione di persone, beni, servizi e capitali; il secondo prevede che la Norvegia debba versare un contributo per l’accesso al mercato unico; l’ultimo obbligo per il Paese scandinavo è quello di accettare, a livello normativo, i regolamenti del mercato unico, ad eccezione della politica agricola, pesca e commercio estero.

Gli obblighi in contrasto con i cavalli di battaglia dei "brexiter"

Se analizziamo gli obblighi che la Norvegia deve rispettare per rimanere nel mercato unico europeo, questi vanno in senso contrario rispetto a quanto sostenuto dai fautori del "leave" durante la campagna elettorale britannica.

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Ad esempio, in merito al contributo da versare all’Unione Europea, i "brexiter" lo vorrebbero destinare alla sanità. Un punto chiave della campagna per il "leave" è stato quello di voler fermare il flusso migratorio, ma tale obiettivo, di fatto, non rientra in uno dei principi cardine dell'Unione Europea, ovvero la libera circolazione di persone.

Per quanto riguarda l’aspetto normativo, invece, uno studio norvegese ha calcolato che la maggior parte delle leggi europee sono approvate dal parlamento di Oslo senza che esso possa dire la sua. Infatti, non essendo uno Stato membro, non partecipa alle votazione del consiglio degli Stati membri. Molto importante da ricordare è l’esclusione dalle normative europee, della politica agricola, della pesca e del commercio estero. In questi settori, nonostante la commissione europea spinga verso una liberalizzazione, vengono ancora applicati i dazi. Quindi a Oslo non tutti sono contenti di appartenere al mercato unico, che però è contrastato, in positivo, dalle ottime performance economiche del Paese norvegese.

Dunque per Londra potrebbe essere proprio questa l’unica via di uscita dall'incertezza dei mercati: un accordo esiste già, bisogna solo adattarlo alla nuova situazione economico-politica scaturita dall'esito del referendum sulla Brexit.