Parafrasando Henry Ford, secondo il quale ogni americano poteva avere una Model T del colore che preferiva purché questo fosse il nero, potremmo dire che ogni italiano dovrebbe poter avere un lavoro, purché non nero, qualunque sia il modello. Ma, dopo l'infatuazione per il modello del lavoro spagnolo, negli ultimi giorni è stato magnificato il modello tedesco ma, intanto, nulla viene fatto per avere un nuovo modello di lavoro italiano e un vero rilancio dell'occupazione.

Purtroppo il modello tedesco non è facilmente replicabile perché, oltre alla disciplina caratteristica dei tedeschi, è legato alla cultura giuridica, amministrativa e sindacale tedesca e si è implementato in un momento di crescita economica. L'eccellente sistema duale (formazione-lavoro) dell'apprendistato tedesco si fonda su due basi solide: una scuola tecnica buona e aperta al mondo della produzione, che anche noi avevamo, ma abbiamo devastato, e servizi per l'impiego ben attrezzati e dotati di uomini e mezzi adeguati.

Dal lato della scuola noi non possiamo rifare quello che abbiamo disfatto dall'oggi al domani, soprattutto sul piano dell'apertura culturale, mentre dal lato dei servizi per l'impiego basterebbe affidarli ai privati, lasciando agli uffici pubblici o all'INPS soltanto funzioni di controllo. Invece il modello spagnolo si può imitare senza grossi sforzi, in parte perché è più semplice ed efficace e, soprattutto, perché può dare esiti rapidi anche da noi, come li ha dati in Spagna, anche in questo momento di crisi nera.

Oltretutto il sistema giuridico e sindacale spagnolo è molto più simile al nostro di quello tedesco, perché la Spagna, dopo la fine del regime franchista, si è riferita molto alla normativa e all'esperienza italiana, in genere, e particolarmente a quella sul lavoro.

D'altro canto un modello italiano già pronto ci sarebbe già. È il codice semplificato di Ichino, su cui ha lavorato il gruppo di ADAPT guidato da Tiraboschi.

Approvarlo subito, così com'è, sarebbe un bel passo avanti. E c'è anche una buona proposta di pronto uso, valida per dare una bella scossa al nostro mondo del lavoro anchilosato. Si tratta dell'idea di Ricolfi che propone: "Per quattro anni, e a certe condizioni ben precise, permettiamo alle aziende e agli artigiani di assumere con un nuovo contratto che, per distinguerlo dal suo cugino tedesco ("il mini-job"), chiamerò maxi-job".

Per maxi job Ricolfi intende "un contratto a tempo pieno, con una busta paga non inferiore ai 10 mila euro annui, mediante il quale il lavoratore trattiene in busta paga l'80% del costo aziendale e la Pubblica amministrazione incassa il resto, in parte come Irpef (che va allo Stato), in parte come contributi sociali (che vanno all'Inps)". D'altronde quando la casa brucia non ci si può preoccupare che l'acqua dei pompieri ci rovini la tappezzeria, perciò mettiamo da parte le preoccupazioni sulle pensioni: avremo tempo per rimediare, se potremo cominciare o ricominciare a lavorare.

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