Si accende nuovamente il dibattito sul tema della previdenza per i lavoratori e i pensionandi che si trovano incastrati nel meccanismo di rivalutazione del montante previdenziale secondo l'andamento del prodotto interno lordo italiano. Il sistema di funzionamento dell'indicizzazione è quasi banale, ma il problema che si è venuto a creare toglie il sonno a tantissimi lavoratori, che sono preoccupati di non riuscire a ricevere un sostentamento economico sufficiente durante il periodo della propria vecchiaia.

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La legge Dini del 1995 e il fattore di rivalutazione del montante secondo l'andamento del Pil

La questione è sorta con il dispositivo di legge presentato assieme alla Riforma Dini del 1995: in quell'occasione si è deciso che il montante previdenziale accantonato da ogni lavoratore sarebbe stato rivalutato sulla base dell'andamento dell'economia reale. Di più, il coefficiente da applicare secondo la legge Dini è costituito dalla "variazione media quinquennale del prodotto interno lordo nominale": visto che l'Italia negli ultimi anni ha vissuto periodi alterni di recessione e bassa crescita, ora il parametro presenta numeri negativi.

Così, lo zainetto previdenziale di ogni lavoratore potrebbe vedersi applicare delle aliquote di rivalutazione in grado di ridurlo, seppur di poco. Al Governo Renzi spetta la difficile decisione finale sulla questione: lasciare il montante invariato anche quando il parametro da applicare risulta negativo o permettere che possa diminuire gli accantonamenti previdenziali? Ovviamente, si tratta di una decisione molto difficile, che rischia di accendere un nuovo fronte tra le parti sociali.

Nuova ipotesi di modifica della legge di stabilità 2015: ma pesano già le istanze su TFR e Pensioni private

Stante la situazione, le valutazioni dell'esecutivo richiedono un intervento piuttosto urgente, tanto che se si vuole arrivare ad appianare il problema si dovrà intervenire comunque all'interno della legge di stabilità 2015.

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Purtroppo si tratta dell'ennesima grana in arrivo dal comparto previdenziale, visto che il Governo Renzi era già intervenuto pesantemente sul settore della previdenza privata con l'aumento dell'imposta dal 20% al 26% per le casse dei professionisti iscritti all'ordine, mentre l'aliquota applicata ai fondi pensione era passata dall'11,5% al 20%. Per non parlare della questione TFR: con l'avvio della fase sperimentale si creerà secondo alcuni un meccanismo contrario ai principi sociali e previdenziali a cui si dovrebbe ispirare la liquidazione.

Da un lato, a chiederne l'anticipo saranno proprio le persone in maggiore difficoltà finanziaria, che quindi potrebbero trovarsi sprovvisti in vecchiaia. Dall'altro lato, a coloro che decideranno di mantenere il TRF in azienda si applicherà un aumento della tassazione, che colpirà la rivalutazione ordinaria delle somme accantonate presso il proprio datore di lavoro.

Le richieste dei lavoratori e del Parlamento: rimodulare imposizione sulle pensioni

Già nel passato avevamo sottolineato come parti sociali e associazioni di categoria avevano visto con preoccupazioni l'aumento dell'imposizione sulla previdenza privata, tanto che il principale giornale di Confindustria aveva definito un "autogol" la decisione intrapresa con la legge di stabilità 2015.

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Ora è anche la Commissione Finanza della Camera a chiedere un intervento risolutivo al Governo Renzi. E voi cosa pensate al riguardo? Fateci sapere la vostra opinione con un commento all'articolo. Se invece desiderate restare aggiornati, potete utilizzare il tasto "segui" disponibile nella parte alta dell'articolo.