L'obiettivo è quello di superare la rigidità della legge Fornero. Il governo si appresta a vagliare le opportune modifiche alla tanto contestata riforma dell'era montiana e lo fa attraverso lo studio di cinque diverse soluzioni che verranno prese in esame il prossimo autunno, all'interno della Legge di Stabilità 2016. Quello della Legge di Stabilità è un vincolo necessario visto che le coperture finanziarie avranno un ruolo determinante.
Cinque soluzioni all'orizzonte, dunque, quelle prospettate dal governo, dal Parlamento e dall'Inps. Vediamo maggiormente in dettaglio le diverse ipotesi che andranno presumibilmente a correggere le incongruenze della legge Fornero.
Riforma pensioni, modifiche alla Legge Fornero: le prime tre ipotesi
Come viene riassunto dal quotidiano 'IlSole24ore', la prima di queste ipotesi è quella che riguarda la possibilità di andare in pensione a 62 anni (fino a 70) con 35 di contributi: tutto ciò è contenuto nella legge 857 del 2013, firmata dall'ex ministro del Lavoro, Cesare Damiano, che prevede il taglio o maggiorazione dell'assegno pensionistico rivolto a tutti i lavoratori, uomini e donne, pubblici, privati o autonomi.
La seconda ipotesi è quella costituita dalla cosiddetta 'staffetta generazionale' che prevede l'uscita dal mondo del lavoro di tutti coloro che ormai sono prossimi alla pensione a beneficio delle nuove generazioni: è la soluzione più volte invocata dal ministro Poletti.
Il terzo caso è quello relativo all'ormai famosa 'quota 100', secondo quanto disposto dalla proposta di legge N. 2945 che vede sempre come primo firmatario, l'ex ministro Damiano: l'accesso alla pensione sarebbe subordinato ai 62 anni di età e ai 35 anni di contributi (per lavoratori dipendenti pubblici e privati), limitatamente al periodo 2016/2021. Per gli autonomi, la quota si eleva a 101 con un'età anagrafica non inferiore ai 63 anni.
Legge Fornero, come cambieranno le pensioni: quarta e quinta ipotesi
La quarta ipotesi di cambiamento della legge Fornero è quella riguardante il ricalcolo con il metodo contributivo: è quello che viene considerato come il trattamento meno generoso che, in molti casi, può condurre ad una decurtazione dell'assegno pensionistico anche oltre il 30 per cento.
Il ricalcolo dei trattamenti pensionistici con l'utilizzazione del metodo contributivo non rientra nei piani del governo ma nelle ultime settimane se ne sta parlando con sempre maggiore insistenza.
Infine, la quinta ipotesi, quella riservata alle lavoratrici: si tratta dell'ormai celebre 'opzione donna', introdotta dalla legge Maroni N. 243/2004 che consente di andare in pensione a 57 anni e 35 anni di contributi (58 per le autonome più tre mesi per l'adeguamento alla speranza di vita). Anche in questo caso, però, si tratterebbe di un calcolo dell'assegno con metodo contributivo che comporterebbe una riduzione di circa il 25-30 per cento dell'importo, in realtà, spettante.