Su Cisl.it spicca l'articolo dedicato al comunicato di Francesco Scrima, il segretario generale del sindacato federale Cisl. Quando torna sull'argomento numeri fa capire che i conti non tornano affatto. Attacca il governo che non ha voluto fare un confronto serio con le parti sociali interessate e lo inchioda a pesanti responsabilità che ricadranno inevitabilmente sulle tasche di tutti per la grande campagna di ricorsi che si sta preparando. Si tratta di tagli indiscriminati, secondo il suo pensiero, altro che assunzioni, men che meno le 100mila conclamate dal governo.

Solo turn over per 22.500 persone e nessun riguardo per la categoria degli Ata, colpevolmente ignorata nel disegno di legge sulla buona scuola. All'appello mancano ben 4000 posti e non tutti facenti parte delle graduatorie dei docenti.

Il taglio sugli ATA

Il governo fa come l'abile giocatore di poker che in mancanza di punti validi bluffa sui numeri, mentre non si può barare sui tagli che verranno adottati con 4.000 posti in meno nelle scuole alla ripresa del 15 settembre. La metà di questi, 2.000 posizioni, riguarda le unità addette alle segreterie e agli ausiliari. Saranno 2.000 addetti di personale amministrativo in meno appartenenti a questa categoria nota come Ata che la riforma taglia senza alcun ritegno.

Sono tutti qua gli aggiornamenti relativi agli Ata.

Aggravamento dei conti

Anziché sana competizione saranno nuove tensioni e ansie diffuse nel personale docente a farla da padrone, con un pericoloso aumento del rischio di fenomeno di burn out che produce un costo elevato sulla collettività per le ricadute sul servizio sanitario nazionale. Se si voleva salvaguardare la spesa pubblica è stata scelta di sicuro la strada sbagliata, continua Scrima, in virtù della campagna di ricorsi che si stanno preparando. Né si può pensare che si abbandoni l'idea di una scuola che sia in grado istruire ed educare attraverso la partecipazione, la collegialità e la condivisione di intenti tra le varie figure professionali. In questo modo il governo sposta il debito pubblico sulle famiglie.