La Legge di Stabilità 2016, quella che è entrata in vigore a gennaio, dal punto di vista previdenziale ha cambiato ben poco. Per il capitolo pensioni ci sono stati interventi tampone, quali opzione donna e settima salvaguardia, e una novità assoluta che però non può essere considerata una vera e propria pensione anticipata, il part-time pensionistico. La novità, che dicevamo è stata ufficializzata con la scorsa manovra di autunno, partirà ufficialmente dal 20 maggio. Il Ministro Poletti infatti ha confermato come da quella data sarà possibile iniziare a presentare le istanze.
Lavorare di meno negli ultimi 3 anni prima della pensione
Come sottolineavamo, non parliamo di mandare in pensione i lavoratori in anticipo, ma solo di ridurne l’orario di lavoro nell’ultima fase della loro carriera. Questo in sintesi il part-time pensione, assoluta novità del panorama previdenziale italiano. L’avvio di questo nuovo strumento è sperimentale, cioè concesso per coloro che maturano i requisiti per la pensione entro il 2018. In altri termini, coloro che sono a 3 anni dall’uscita per la pensione di vecchiaia, cioè a 66 anni e 7 mesi come previsto ancora oggi per via delle riforma Fornero, possono ridurre anche del 60% l’orario di lavoro senza rimetterci nulla dal punto di vista pensionistico.
Dal punto di vista dello stipendio invece, qualcosa sul campo sarà necessario lasciare, ma sembra uno scotto sopportabile per chi, dopo anni di lavoro, sceglierà di iniziare gradualmente ad usufruire del meritato riposo.
Lo strumento mira a raggiungere il duplice obiettivo di far pesare il meno possibile l’innalzamento dell’età pensionabile per i lavoratori di una certa età ed allo stesso tempo di far partire una specie di ricambio generazionale anche se soltanto per le ore di lavoro lasciate scoperte dal vecchio lavoratore. Dal punto di vista pensionistico, l’INPS considererà la parte di contributi mancanti per via della riduzione di orario di lavoro come contributi figurativi. Il lavoratore in parole povere andrà in pensione come se avesse lavorato a tempo pieno fino all’ultimo giorno.
Cosa lasceranno i lavoratori
Se dal punto di vista dei contributi e della futura pensione tutto ok, nessuna rinuncia penderà sul capo dei lavoratori che aderiranno al part-time, per quanto riguarda lo stipendio invece, qualcosa si perderà. Innanzi tutto bisogna sottolineare che la scelta non è esclusiva del lavoratore, ma bisognerà concordare col datore di lavoro come e se utilizzare il nuovo strumento. Per il datore di lavoro, ci sarebbe il vantaggio di non perdere in un solo colpo un dipendente la cui esperienza potrebbe essere necessaria ancora all’azienda, mentre allo stesso tempo, immetterebbe forze fresche in organico. La busta paga del lavoratore, in sostanza avrebbe come voce relativa allo stipendio, solo quanto percepito in base alle ore di lavoro fatte.
Ciò che il lavoratore perderà sarà sostituito da una somma pari ai contributi che il datore di lavoro non verserà passando da tempo pieno a part-time, somma però che non copre tutto l’ammanco.
Da analisi di noti quotidiani italiani (il Messaggero ed il Sole24Ore), per uno stipendio da 2 milaeuro netti al mese, se il lavoratore otterrà la riduzione massima di orario prevista, il 60%, questi perderà il 30% di stipendio perché le 288 euro di contributi che il datore di lavoro verserà in busta paga anziché all’INPS, non copriranno tutto il vuoto lasciato dalla riduzione lavorativa. Una cosa positiva è che le 288 euro saranno esentasse, non soggette a Irpef e non faranno reddito, portando lo stipendio da 2.000 euro al mese a poco più di 1.400 euro.