Smart working? Lavoro agile? Tutto lascia pensare che stia per concludersi questa ricetta, propinata come il futuro radioso di migliaia di persone: lavorare da casa o, perché no, al bar o al parco. Un tipo di vita apprezzata e “pompata”, generalmente, da chi si tiene ben stretto il suo posto in ufficio. Andate a chiedere a un amministratore delegato se ambirebbe starsene tra le mura domestiche, con i bambini che fanno chiasso tornati da scuola, la signora delle pulizie il mercoledì e il telefono che squilla ogni momento perché un call center ci vuole vendere un contratto luce e gas. Ora un codicillo rischia di mettere tutto a tacere.

Arriva alla Camera una legge ad hoc

È approdato alla Camera, a poi tornerà al Senato, il cosiddetto Jobs-Act degli autonomi (Ddl n.2233), provvedimento che va a modificare le norme relative a professionisti e partite Iva, ma che contiene anche alcune disposizioni sul lavoro flessibile (art.13). Il testo dice che il “lavoro agile” deve essere solo una modalità di svolgimento dell'attività, ma deve restare all'interno di un rapporto “subordinato”.

E che il trattamento economico e normativo non deve essere inferiore a quello dei colleghi che stanno in azienda, sempre restando dentro l'ombrello del contratto nazionale di riferimento.

Stessa paga e stesso trattamento

Tradotto per il popolo, se anche l'impresa vuole farti lavorare “agilmente”, devi restare un dipendente a tutti gli effetti e conservare la retribuzione normale e tutte le voci che compongono la busta paga, dai contributi, a ferie e permessi, comprese eventuali quote per assistenza sanitaria integrativa, buoni pasto e benefit di qualunque tipo.

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Insomma, il costo dello smart worker per l'azienda è lo stesso degli altri. “Ma scusa” si chiederà l'imprenditore tipo, “se non mi dà alcun risparmio, perché devo concedere a qualcuno di lavorare da casa? Con tutto quel che c'è da fare qui”. E così, se il testo finale della legge resterà questo, con ogni probabilità in breve tempo si sgonfierà il pallone dello smart working.

Gli esempi finora? Un giorno solo a settimana

La verità è che questa modalità può essere accordata solo da poche grandi aziende e solo per alcune attività legate ai servizi, che si possono sbrigare con un telefono e un tablet, ma non si diffonderà mai su larga scala.

Lo dimostrano gli esempi concreti attivati finora in Italia, che a dispetto del gran parlare sull'argomento, si riducono tutti a una formula: poter lavorare fuori ufficio una volta alla settimana. Ci mancherebbe, un bel vantaggio. Ma una rivoluzione è un'altra cosa. Succede alla Vodafone, dove il progetto coinvolge 3.500 dipendenti su un totale di 6.500. Anche Tim ha in piedi una sperimentazione simile, che entrerà a regime nel corso dell'anno e per ora coinvolge 8.000 dipendenti.

Stesse modalità alla Sanofi, tra i big del pharma, dove 160 persone (il 73% donne) svolgono l'attività in remoto, sempre per una volta a settimana. Ma sono casi isolati e lo resteranno per lungo tempo, se pensiamo che in Italia il 95% delle aziende ha meno di 10 dipendenti. Non hanno il tempo neppure per seguire corsi di formazione, figuriamoci per prendersi un giorno in cui lavorare a mezzo servizio mentre sbrigano qualche commissione.

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