Da quando, ad inizio 2012, il Decreto Salva Italia ha previsto la liberalizzazione degli orari di apertura dei negozi, consentendo all’imprenditore di decidere in quali giorni ed in quali fasce d’orario tenere aperta la propria attività, la polemica sull’apertura dei centri commerciali durante le festività è andata via via inasprendosi. Trovare un punto di equilibrio tra gli interessi contrapposti non è semplice: da un lato, i datori di Lavoro sostengono che le aperture festive e domenicali portino un consistente aumento di fatturato, oltre alla possibilità di far fronte all’ e-commerce che avanza inesorabilmente e che non conosce né fasce orarie di chiusura, né giornate di inattività; dall’altro, i lavoratori avvertono un notevole peggioramento della qualità della propria vita, dovendo sostenere orari di lavoro inconciliabili con la necessità di riposo e la possibilità di passare le feste con i propri familiari.

La normativa: lavoro domenicale e lavoro festivo

Quando parliamo di lavoro festivo, innanzitutto non dobbiamo confonderlo con il lavoro domenicale. Quest’ultimo è ormai considerato, dal punto di vista del Legislatore, alla stregua di un qualsiasi altro giorno lavorativo. L’art. 2109 del Codice Civile prevede che il prestatore di lavoro abbia diritto ad un riposo settimanale “di regola in coincidenza con la domenica”, mentre l’art. 9 del D.Lgs. 66 del 2003 dispone il diritto del lavoratore ad un periodo di riposo di almeno 24 ore consecutive ogni 7 giorni (da calcolarsi come media in un periodo non superiore a 14 giorni), anche in questo caso solo “di regola in coincidenza con la domenica”: lo stesso articolo, infatti, prevede che il riposo settimanale possa anche essere fissato in un giorno diverso qualora vi siano, tra le altre ipotesi, “servizi ed attività il cui funzionamento domenicale corrisponda ad esigenze tecniche ovvero soddisfi interessi rilevanti della collettività ovvero sia di pubblica utilità”.

Appare chiaro che questa apertura consente, di fatto, di farvi rientrare praticamente qualunque ipotesi di attività commerciale.

Ciò significa che, qualora al lavoratore venga richiesto di prestare servizio nella giornata di domenica, questi non potrà rifiutarsi (fermo restando il diritto alle maggiorazioni retributive previste dal CCNL applicato), a meno che la questione non sia regolata diversamente tramite accordo individuale tra lavoratore e datore di lavoro, oppure nell'ipotesi in cui la contrattazione di secondo livello preveda una disciplina diversa.

La questione cambia quando di tratta di vero e proprio lavoro festivo, ossia il lavoro prestato nei giorni di festività religiose e civili. In questo caso, come ribadito in diverse occasioni dalla Cassazione, la disponibilità di lavorare nei giorni festivi rimane una scelta libera e autonoma di lavoratrici e lavoratori, titolari di un diritto soggettivo di astenersi dal lavoro in occasione delle festività infrasettimanali, sia civili che religiose, con la conseguenza che il lavoratore mantiene il diritto alla normale retribuzione anche qualora si rifiuti di prestare lavoro in tali giornate.

Il diritto di astenersi dal lavoro nelle giornate festive non può essere oggetto di contrattazione: una clausola del contratto collettivo che preveda l’obbligo di prestare servizio duranti i giorni festivi è da ritenersi nulla, così come una clausola inserita nel contratto individuale sottoscritto dal lavoratore.

Certo è che nella delicata situazione occupazionale attuale, dove avere un contratto rappresenta ormai quasi un lusso, i lavoratori diventano facilmente ricattabili e rifiutarsi di prestare servizio quando richiesto, anche qualora non dovesse portare all’irrogazione di una sanzione disciplinare, potrebbe incrinare in maniera irreversibile il rapporto con i datori di lavoro: basti pensare alla scarsa adesione allo sciopero indetto a Pasqua in un importante outlet del centro Italia, dove solo 4 boutique su 240 hanno tenuto le serrande abbassate.

La soluzione?

La tensione rimane alta e una possibile soluzione sembra lontana, anche se il compromesso potrebbe essere rappresentato dal disegno di legge presentato alla Commissione Attività produttive della Camera, che prevede, tra le altre cose, il ripristino della chiusura obbligatoria delle attività in occasione di 12 delle principali festività nazionale (Capodanno, Epifania, 25 aprile, Pasqua e Pasquetta, 1° maggio, 2 giugno, 15 agosto, 1° novembre, 8 dicembre, Natale e Santo Stefano), ma il cui iter di approvazione si è arenato da tempo in Parlamento. L’auspicio è che la situazione di sblocchi e che le parti riescano presto a trovare un punto di incontro.