Arrivano le prime simulazioni sulle possibili uscite con Pensioni a quota 100 riguardanti i lavoratori statali, gli impiegati del settore privato, le donne, gli operai e i disoccupati. Il calcolo della convenienza all'uscita o meno con le pensioni anticipate a quota 100 è stato fatto dal quotidiano Il Messaggero che ha preso in esame la situazione contributiva, a diverse età, dei lavoratori prossimi alla pensione. Già nei scorsi giorni, l'Istituto Tabula diretto da Stefano Patriarca, ex consigliere del precedente Governo sulle questioni previdenziali, aveva ipotizzato il beneficio della quota 100 e della quota 41 dei precoci a favore dei contribuenti che avessero carriere regolari, lunghe e non contrassegnate da buchi contributivi. Tra i maggiori beneficiari, secondo la società di Patriarca, figurano gli statali e i lavoratori delle regioni del Nord Italia.

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Pensione anticipata a quota 100: uscita dal 2019 dei dipendenti statali e delle donne

Sulla base dei dati della società Patriarca, Il Messaggero ha calcolato che i dipendenti statali sarebbero tra i maggiori beneficiari della quota 100 delle pensioni. Infatti, il profilo del lavoratore del pubblico impiego è contrassegnato mediamente da una carriera medio-lunga e da un'età piuttosto bassa tale da rientrare in una delle possibili nuove misure di uscita anticipata sulle quali sta lavorando il Governo Conte e i partiti di maggioranza, il M5S e la Lega.

Gli statali che nel 2018 abbiano un'età compresa tra i 59 ed i 64 anni, con 37 anni di versamenti, potrebbero lasciare il lavoro con la quota 100 a 64 anni rispetto ai 67 anni richiesti dal 1° gennaio 2019 per le pensioni di vecchiaia. L'unica alternativa di uscita per gli statali sarebbe l'Ape volontario che, pur assicurando la pensione un anno prima, rappresenterebbe un'opzione onerosa. Meno conveniente è l'applicazione della quota 100 per le donne e le impiegate.

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Una donna che lavora nel settore privato come impiegata e che compia 63 anni nel 2018, con un numero medio di anni di contributi di 32, non beneficerebbe della nuova misura di pensione in quanto le mancherebbero troppi anni di versamenti e, pertanto, troverebbe convenienza nell'uscita con pensione di vecchiaia a 67 anni. Inoltre, le donne impiegate, se non con qualche eccezione, non riuscirebbero a lasciare il lavoro nemmeno con l'Ape social a 63 anni che richiede almeno 34 anni di contributi beneficiando degli sconti figurativi di maternità. Ovviamente, in presenza di un numero di anni maggiore di contributi lo scenario previdenziale cambierebbe e potrebbe tornare utile la quota 100.

Confronto pensioni con uscita quota 100 e Ape social: contributi necessari e anticipo

Infine, si potrebbe ricreare, anche per le pensioni anticipate a quota 100, la medesima situazione degli esodati della riforma Fornero. I disoccupati di 63 anni senza ammortizzatori e senza lavoro, con 30 anni di versamenti contributivi, non avrebbero l'opportunità di incrementare i versamenti e nemmeno di sperare nell'uscita con Ape social se non dovesse essere confermata per il 2019.

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Dovrebbero attendere i 67 anni di età per la pensione di vecchiaia e, in parte, vedrebbero limitata l'appartenenza ad una delle categorie di lavori gravosi. Tale situazione si potrebbe presentare per gli operai anche per effetto del minor valore che verrebbe assegnato dalla riforma delle pensioni ai contributi figurativi. Un lavoratore che nel 2018 compia 59 anni ed abbia 40 di versamenti frutto di 5 anni di contributi figurativi, in virtù dell'attuale normativa potrebbe uscire con la pensione anticipata a 63 anni (con oltre 43 di contributi), con la quota 100 dovrebbe attendere l'età minima di 64.

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