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Il decreto sulle Pensioni è un atto complicato e soprattutto delicato che necessita di ulteriore tempo, così il Premier Conte in persona ha parzialmente giustificato il ritardo con cui il suo esecutivo sta avviando quella che per il quotidiano “Il Sole 24 Ore” è l’ennesima riforma sulle pensioni. In attesa che il decreto confermi il via di quota 100, opzione donna e di tutte le altre misure del governo, nel sistema pensionistico sono già in atto alcune novità [VIDEO] entrate in vigore nel 2019.

Tra misure nuove presto attive e nuove norme già in vigore, il quotidiano economico finanziario presenta una eloquente analisi esplicativa su cosa cambia davvero per i pensionati.

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Quota 100, penalizzazioni per donne e sugli importi

Per la quota 100 serviranno 38 anni di contributi più 62 anni di età. Si tratta delle soglie minime da centrare per rientrare nel perimetro di applicazione della misura. Su questo, il decreto non cambierà nulla perché si tratta delle due regole base per accedere al nuovo canale di uscita. In queste ore si fa un gran parlare di penalizzazioni per chi sceglierà la misura come strumento di pensionamento anticipato. Gli importi saranno naturalmente inferiori a quelli che teoricamente spetterebbero ad un soggetto che anziché lasciare il lavoro una volta raggiunta la fatidica quota 100, resti in servizio fino all’età dei 67 anni per poi richiedere la pensione di vecchiaia. Per chi usufruirà dell’anticipo massimo previsto da quota 100, cioè a 62 anni di età, si dovrà fare i conti con 5 anni in meno di contributi versati e quindi con un assegno di pensione più basso.

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Inoltre, come accade per tutte le prestazioni previdenziali, i coefficienti di trasformazione del montante contributivo in pensione, risulta meno favorevole in base a quanti anni prima si lascia il lavoro. Il limite dei 38 anni poi appare un fardello difficilmente centrabile [VIDEO] per chi ha carriere discontinue e frammentate, come, per esempio, le donne. Statistiche alla mano infatti, la media dei contributi previdenziali dei lavoratori maschi è pari proprio a 38 anni, mentre la stessa media rapportata alle donne è di 25 anni e mezzo. Maternità e carriera sacrificata per la cura della propria famiglia mettono le donne nella condizione di centrare difficilmente i 38 anni di contributi richiesti dalla misura. In questo appare evidente che le donne sono tra le più penalizzate dalla nuova misura, che nello specifico sembra indirizzata a lavoratori statali o delle aree maggiormente industrializzate dello stivale, cioè il Settentrione.

Le novità già attive

Per le donne in media con i numeri nazionali sui contributi prima citati, non resterebbe che la pensione di vecchiaia che proprio dal 1° gennaio si centra con 67 anni di età e con 20 di contributi.

Già nel 2018 ci fu un cambiamento molto importante, cioè quello relativo all’equiparazione tra uomini e donne in funzione della quiescenza di vecchiaia. Le lavoratrici che fino al 31 dicembre 2017 godevano di un anno di anticipo rispetto ai maschi, con la pensione di vecchiaia a 65 anni e 7 mesi, dal 2018 hanno dovuto attendere i 66 anni e 7 mesi. Per via dell’aspettativa di vita invece, dal 1° gennaio senza distinzioni di genere la pensione di vecchiaia si centra con 67 anni di età. Anche l’altra novità del governo, cioè opzione donna prevede un numero di contributi sopra la media, cioè 35 anni. Opzione donna che dovrebbe fare capolino nel decreto del governo, prevede l’anticipo di pensione a 59 anni ma con assegno penalizzato dall’imposizione del ricalcolo contributivo della pensione. Un ricalcolo contributivo che non sarà previsto per la quota 100. Anche con la nuova misura le pensioni saranno calcolate in base a quando sono stati versati i contributi, se nel sistema contributivo, misto o retributivo. Quest’ultimo meccanismo resterà pienamente in vigore anche nel 2019 come per esempio accadrà per chi ha almeno 18 anni di contributi versati al 31 dicembre 1995. Secondo le ultime indiscrezioni, la quota 100 sarà erogata con le finestre mobili di 3 mesi nel privato e di 6 mesi nel pubblico impiego. La prima finestra è fissata per il 1° aprile quando potranno lasciare il lavoro quanti hanno maturato i requisiti per quota 100 prima della pubblicazione del decreto in Gazzetta Ufficiale. Per via delle finestre, sempre stando a ciò che trapela da fonti vicine al dossier pensioni, si dovrebbe poter restare in servizio, cioè al lavoro fino al mese antecedente quello di decorrenza del primo rateo di pensione. Per chi percepirà la pensione con quota 100, non si potranno cumulare altri redditi da lavoro. Possibile solo cumulare fino a 5.000 euro annui di redditi prodotti da lavoro autonomo occasionale, quelli previsti dall’ex articolo 2222 del Codice Civile. Per disoccupati, caregivers, invalidi e addetti alle mansioni gravose, confermata l’Ape sociale e sempre valido il canale quota 41. Le pensioni anticipate, cioè le ex pensioni di anzianità, avranno i requisiti cristallizzati a quelli del 2018, cioè 41,10 anni di contributi per le donne e 42,10 per gli uomini. La novità in questo caso è l’applicazione delle finestre mobili anche a questa misura, con 3 mesi di attesa tra raggiungimento dei requisiti e primo rateo di pensione.