Il Terzo Millennio segna l’apoteosi della comunicazione, grazie a Internet e al fenomeno dei social network proliferati all’ombra della Rete, con il prezioso supporto di strumenti sempre più sofisticati, poco ingombranti e alla portata di tutti (dai network ai tablet, passando attraverso una schiera variegata di iPhone, iPad e Smartphone), che permettono di “restare connessi” in qualunque momento del giorno e della notte, praticamente da ogni dove.
Alcuni social network come Facebook, Pinterest e LinkedIn sono ottime vetrine per promuovere la propria attività professionale e/o artistica, se non addirittura per diffondere tutta una serie di informazioni di pubblica utilità.
Anche l’uso delle chat, dei servizi di messaggistica o anche delle semplici e-mail può rivelarsi provvidenziale non solo in ambito lavorativo, ma anche per colmare le distanze fra amici e parenti che vivono in città o nazioni diverse.
A volte, però, questi strumenti di comunicazione virtuale penalizzano il dialogo che scorre su binari più profondi, innescando tutta una serie di piccoli-grandi malintesi che, se non chiariti tempestivamente, rischiano di innalzare una barriera insormontabile fra i due interlocutori. Si tratta di un rischio perlopiù circoscritto alle persone che hanno imbastito una conoscenza “virtuale”, senza nessun tipo di frequentazione pregressa nella dimensione “reale”. Inutile dire che non si può generalizzare e che ogni rapporto virtuale e reale rappresenta un caso a sé; resta il fatto che questo rischio diviene concreto nella misura in cui si perde di vista la vera essenza della comunicazione, intessuta di attenzione, ascolto ed empatia, elementi a volte poco presenti anche nella dimensione reale sebbene, nello specifico, altri elementi come l’espressione del volto, l’intonazione della voce e la gestualità possano sopperire almeno in parte a un dialogo non sempre eccelso.
La comunicazione virtuale, che ben si attaglia ad un contesto in cui vengono privilegiate l’agilità e la capacità di sintesi, mal si concilia con una dimensione più intimista e contemplativa poiché, privata del supporto del linguaggio non verbale, richiede un ascolto empatico decisamente maggiore per scongiurare il rischio di proiettare sull’altro stati d’animo e aspettative, ma anche eventuali preconcetti che scaturiscono da un fraintendimento di base.
Forse è anche per questo che le cosiddette “amicizie virtuali” difficilmente sopravvivono all’impatto con la dimensione “reale”. E, nella malaugurata ipotesi di un diverbio “virtuale”, si tende spesso a rifiutare un confronto pacato e chiarificatore, utilizzando magari uno strumento alternativo come il telefono, perché la vibrazione della voce creerebbe un contatto con la dimensione reale.
Per molti è dunque preferibile rimanere confinati nel “virtuale” e porre fine a quell’”amicizia” indisponente, che si è permessa di infrangere il nostro specchio di illusoria perfezione, e ricrearne subito un’altra, magari attingendo ai numerosi contatti del proprio social network. C’è da augurarsi che questo trend comportamentale non sconfini in modo incontrollato anche fra le nostre amicizie in carne e ossa.