Le dimissioni ancora fresche del Santo Padre Benedetto XVI suscitano in noi, come è automatico che sia, paragoni improponibili con la storia. Vediamo di fare un po' di luce.
Per i papi antichi, soggetti ai poteri forti degli imperi e re medievali, sfruttare la cristianità con antipapi e papi per giustificare vittorie o prevalicazioni tra signori e re era la quotidianità almeno fino a Gregorio VII, quindi sottoporre a paragoni è profondamente errato, soprattutto perché le cessazioni non erano spontanee ma frutto di deposizioni, incarceramenti e sequestri; perciò l'esempio statistico che comincia a troneggiare nelle news è sbagliato.
L'accostamento più vicino e forse più sensato è quello con Celestino V; premettendo che i periodi sono diversi, le cariche carismatiche sono distinte e sopratutto le personalità sono discostanti, possiamo dire che Celestino V (Pietro da Morrone), non vedeva nell'ambiente in cui viveva, ovvero una curia priva di religiosità, di sacralità e poco vicina alla preghiera, un posto do poter vivere la cristianità nell'esempio di Gesù Cristo. Se aggiungiamo a ciò che abbiamo detto il fatto che Celestino V non fu scelto dal Sacro Collegio ma da un romitorio possiamo ragionevolmente dire che solo la rinuncia in sè per sè è affiancabile e null'altro.
Papa Benedetto XVI ha dimostrato in questa scelta una umanità eccezionale; amoroso verso i propri figli e fratelli e talmente cosciente dell'incarico da rinunciare al potere per affidarla a mani più sane. Aspettiamo adesso che si compia il destino di questo pontificato scindendolo fortemente con il passato, che quì c'entra ben poco.