Senza entrare nel merito di "fatti e misfatti" reali o presunti, la gestione dell'immagine dei partiti tradizionali prima delle elezioni è stata disastrosa. Una impresa seria avrebbe già licenziato tutti e riformato la squadra per affrontare il mercato. I politici di sempre hanno affrontato le urne con gli uomini e i metodi di sempre. Oltretutto sono stati investiti da una campagna mediatica avversa alla "casta", che ha scatenato l'opinione pubblica, con accenti da Savonarola.

Ovvio che in questa situazione ha avuto buon gioco la contestazione globale, assecondando le indignazioni (comprensibili) degli italiani.

I partiti tradizionali sono stati puniti, un termine sgradevole, che oltretutto pone dubbi sull'efficacia della punizione per il Paese.

E adesso? E' risaputo che le posizioni di protesta hanno vita breve, non potendo contare su consolidate culture di potere. Aggregano inoltre fasce di popolazione che si riconoscono più nella indignazione che nei programmi... e l'indignazione è destinata a scemare, come tutti i sentimenti.

Ma i numeri sono i numeri e in politica i voti si contano, non si pesano.

La protesta (il movimento di Grillo) teme il compromesso con la politica tradizionale (il PD), sapendo che questa ultima tenderà a ridimensionarla e riportarla nei ranghi, in attesa che inizi a sfaldarsi.

L'altra forza (il PDL) sembra stare alla finestra, giocando sulle difficoltà degli avversari, sperando di tornare in gioco.

Molti elettori peraltro ora iniziano a farsi domande e a guardare con timore le difficoltà di formare un governo credibile, in grado di affrontare problemi divenuti vere emergenze.

Indubbiamente un "pasticcio", da cui uscirà (se uscirà) un quadro politico traballante e di breve durata. I vecchi politici democristiani e comunisti di un tempo si ribaltano nella tomba.