Nell'ennesimo assalto ad un convoglio Nato, questa volta è rimasto coinvolto un Lince italiano. Nell'incidente sono rimasti feriti tre militari in maniera non grave e ha perso la vita il capitano Giuseppe La Rosa, 31 anni, siciliano, 3° Reggimento Bersaglieri della Brigata Sassari. Secondo le prime indiscrezioni, il numero dei morti contenuto è imputabile proprio al gesto eroico dell'ufficiale che ha fatto da scudo ai suoi commilitoni, salvandogli la vita. Ma anche se ciò non venisse confermato, nulla toglie all'eroismo di quest'uomo e di tutti quelli come lui, che combattono in nome di ideali, che purtroppo per molti sono solo vacue parole prive di alcun significato.
Non importa riferire il luogo esatto dell'attentato, ci direbbe poco o nulla. Quel paese ci appare sempre più lontano, incomprensibile per la cultura, figuriamoci geograficamente.
Quasi giornalmente si riportano i bollettini di guerra o pace, di cui si hanno perso i confini. Attacco all'aeroporto, ad una scuola, all'ospedale, alla Croce Rossa o a qualche organizzazione non governativa che distribuisce cibo o medicinali. Di pochi giorni fa il ferimento di una funzionaria italiana rimasta gravemente ustionata in un ennesimo atto terroristico, che ora lotta per sopravvivere in una struttura tedesca all'avanguardia, solo per aver dedicato la propria vita al bene degli altri.
Alzi la mano chi si ricorda il suo nome, l'età, la città d'origine.
E' un altro volto senza nome, perso nella memoria di un popolo distratto.
Sempre di più in questo conflitto assurdo sono coinvolti civili, funzionari Onu, poliziotti locali e soldati stranieri, di cui i loro stessi paesi faticano a ricordare volti e nomi, se non per celebrarli da caduti. Così sta accadendo anche per l'Italia. Siamo giunti al triste numero di 53.
53 morti in Afghanistan. Quella stessa giornata il Capitano La Rosa è stato accompagnato nel suo ultimo viaggio da tre suoi colleghi americani. Tutti accomunati da una cosa, una famiglia in lacrime ad attendere le loro spoglie mortali.
Ora si ripeteranno per qualche giorno le solite commemorazioni. Le istituzioni, i giornali si ricorderanno dei nostri soldati, che sparsi agli angoli della Terra, combattono per noi, per la pace anche se sembra una ipocrisia uccidere in suo nome.
Ci saranno i funerali solenni, il picchetto d'onore ed i visi contriti degli uomini di governo, ma solo la famiglia e chi vive giornalmente quella situazione può capire realmente il dolore che si prova.
I governanti hanno espresso cordoglio, ma alla festa a loro dedicata del 2 giugno hanno voluto risparmiare per via della crisi, mentre si doveva rendere onore ed essere orgogliosi dei nostri militi. Niente frecce tricolori, 400.000 mila euro in meno, che sicuramente non salveranno l'Italia dal tracollo finanziario, visti gli sprechi ovunque. Nessun cavallo, nessun mezzo blindato per risparmiare sulla benzina, ridotti anche i ranghi delle delegazioni.
Dov'è l'onore da tributare, dov'è l'orgoglio di essere italiani?
Loro hanno sfilato ugualmente con il volto fiero ed il petto tronfio, noi ci dovevamo solo vergognare di celebrare così i nostri figli.
Questa volta si chiama Giuseppe, la prossima a chi toccherà? Luigi, Maria? Tutti ragazzi, bravi e onesti, single o sposati, laureati o diplomati, allegri e solari, ma tutti fieri di essere soldati di un'Italia, che non li merita e pronti a fare il proprio dovere in nome di una Patria, che non esiste. Il patriottismo, infatti, per noi si limita allo sventolio delle bandiere ad una partita della nazionale di calcio ed allora ci si chiede, che senso ha morire per questo paese?
L'unica risposta possibile è che c'è ancora qualcuno che, nonostante tutto, crede ne valga la pena.