Che il termine "selfie" (autoscatto) sia il neoinglesismo più abusato e antipatico del momento non vi è dubbio, ma lo è ancor di più il suo utilizzo nella pratica.

Fino a qualche decennio fa il "selfie" era un semplicissimo autoscatto che ritraeva comitive di scolaresche o di turisti insieme ad un famoso monumento e dove, talvolta, appariva furtiva una mano che, dietro la nuca di uno dei malcapitati messi in posta, simulava un paio di corna. Ma si trattava di una facezia che non sviliva la pur nobile testimonianza di un momento in grado di emozionare anche quando il giallore e il tempo ne avrebbero "morso" i contorni.

Contrariamente, oggi, l'autoscatto non rappresenta solo questo. Appurato che non ha più nulla da spartire con la fotografia, né tanto meno con le macchine fotografiche, "selfie" non lo pronuncerebbe nessuno, se a partorirlo non fosse una società liquida in preda a pruriginose manie di protagonismo, in cui le fotocamere degli smartphone o dispositivi similari, costantemente connessi ai social network, generano continuamente una enormità di scatti più o meno indigesti, belli e brutti che fluttuano incontrollati per il web, nell'attesa di apprezzamenti e riscontri collettivi.

Impossibile non riconoscere nel "selfie" la deriva dell'affermazione di un sé che non riesce più a identificarsi con nulla se non con il voyerismo più spicciolo di una comunità indistinta, eterogenea e anonima, alla quale viene richiesto un plauso davvero troppo effimero, hic et nunc, spinto sempre verso nuove  e ardimentose mete, una volta esauritosi.



Non è affatto strano, infatti, che le prime testimonianze di "selfie" che ritraevano giovani fanciulle truccate e in posa all'interno di una toilette, intente a celebrare il proprio edonistico egocentrismo, si siano evolute in improbabili e squallidi autoscatti prodotti da donne avanti negli anni in versione osè, o addirittura da adolescenti sorridenti insieme al "caro estinto", al punto da far ergere la compulsività del volere apparire ed essere guardati a tutti costi a monumento dello sproposito e del cattivo gusto.

Il "selfie" diventa dunque non tanto la smodata esposizione di un "chi", ma di un "come" che esige di imporsi alla collettività, spazzando via ogni regola e imponendo un nuovo messaggio, in cui l'oggetto non è più il soggetto rappresentato, ma l'intenzione spregiudicata che inneggia, senza alcuna pruderie né senso della misura, alla cultura audace e vincente (al momento) di un loisir nemico dell' Estetica.