La domanda cruciale è se in Italia convenga ancora laurearsi. A guardare i dati diffusi recentissimamente da Alma Laurea, pare di no. "All'Università solo tre su dieci" si titolava qualche giorno fa su alcuni quotidiani nazionali. Il dato si riferisce al fatto che tra i diciannovenni solo il 30% prosegue andando all'Università.
Siamo tra gli ultimi in Europa, il che non è una novità. Il dato, per certi versi logico, è stato commentato come "drammatico" dal direttore di Alma Laurea, Andrea Cammelli.
Molti i fattori che concorrono a scoraggiare l'ingresso alle Università: la crisi economica e quindi la minore disponibilità monetaria delle famiglie, le tasse sempre alte, ma soprattutto un cambiamento culturale avvenuto in questi ultimi anni.
Oltre alla effettiva disponibilità finanziaria di una famiglia, in questi anni, è passato il messaggio, micidiale, che andare all'Università non avrebbe significato, e non si riuscirebbe a trovare un lavoro adeguato al titolo conseguito. E allora perché andarci? Molte realtà lavorative continuano a considerare il diploma come meglio spendibile rispetto alla laurea ed in molti ambiti lavorativi, i laureati vengono "trattati" economicamente come diplomati o peggio.
Conseguenza annosa di uno svilimento del lavoro in tutti i sensi e di un livellamento "culturale" ed economico tra diplomati e laureati a vantaggio dei primi? Può darsi.
Il XVI Rapporto di Almalaurea, sui laureati e sulla condizione occupazionale di chi esce dall'Università, parla chiaro.
In Italia chi si laurea fa più fatica a trovare lavoro e quando lo trova si accontenta di contratti meno stabili e con stipendi più bassi rispetto ai colleghi del resto d'Europa.
Speranze? Secondo Cammelli sì: "È vero che negli ultimi anni è in calo la percentuale di quanti lavorano - ha spiegato - ma molto di meno di quanto avviene per i diplomati, il che vuole dire che a 5 anni dalla laurea abbiamo solo l'8% dei laureati che non lavorano. La laurea serve". Sarà.
L'ulteriore elemento che fa riflettere, e che è sotto gli occhi di tutti, è che una volta trovato il lavoro bisogna combattere con la scarsa retribuzione. Stando ai numeri di Almalaurea, infatti, si lavora meno e si guadagna anche meno: rispetto al 2008, le retribuzioni reali sono calate del 20% circa, passando da oltre 1.200 euro a circa 1.000.
Il settore di studi fa la differenza, come l'aver fatto un'esperienza di studio e di lavoro all'estero. A cinque anni dalla laurea, gli ingegneri e i medici che lavorano guadagnano in media 1.700 euro al mese contro i 900 degli psicologi.
E' importante scegliere la laurea giusta che può fare la differenza: il rapporto di Almalaurea stilato su un campione di 450mila studenti lo dimostra. A parità di altre condizioni, i laureati di ingegneria e delle professioni sanitarie, dei gruppi educazione fisica e scientifico risultano essere i più favoriti nella ricerca di lavoro, svantaggiati invece i colleghi dei percorsi giuridico-psicologico. Conta anche finire gli studi in fretta e conoscere le lingue.
Da questi ultimi dati emerge anche che le facoltà scientifiche danno maggiore "garanzia" mentre quelle umanistiche siano ormai desuete.
Cosa fare per invertire la tendenza e per spronare un fresco diplomato ad iscriversi all'Università? Ne sono state dette e provate tante in questi anni, ma uno Stato che spende, stando ai dati, l'1% del PIL di spesa in istruzione non può che aspettarsi risultati migliori dei dati Almalaurea.