Ormai lo sanno tutti che, venerato o detestato che sia, l'art.18 è un simbolo di un altro tempo; anche se non sanno bene perché, dato che - come scrive Pagnoncelli sul 'Corriere della Sera' di ieri - oltre il 50% degli italiani non sanno che cos'è e un terzo del restante quasi 50% non sa bene che cosa preveda l'art.18. Tuttavia tutti, tanto guardando da sinistra che da destra, credono che un cambiamento sia inevitabile, data la crisi che stiamo vivendo.

Così è chiaro che chi vuole cambiare registro deve marcare fortemente il passaggio dal vecchio al nuovo con l'abbattimento di questo 'totem', come è avvenuto con l'abbattimento delle statue degli autocrati comunisti, dopo la caduta del muro. E, come sempre avviene in Italia, questa marcatura rischia di essere sentita da tanti, per quanto a torto, come una marchiatura, con tutti gli strascichi che possiamo ragionevolmente aspettarci, dato in nostro spirito fazioso.

Così, nel solito copione della commedia italiana, la resistenza al cambiamento, che è forte, potrà attivare il semplice metodo della resistenza passiva.

Allora, se è necessario abolire l'art.18 per ridare la libertà della scelta di lavorare insieme a lavoratori e datori di lavoro; se è giusto cominciare a costruire un vero e proprio mercato del lavoro; se può aiutare un salario minimo e un codice del lavoro semplificato, potremmo anche provare a fare qualcosa di altro.

Infatti, se consideriamo che la ripresa del nostro Paese non può essere che un prodotto corale, basato sulla collaborazione più ampia, del resto tutta la economia 2.0 ci porta a credere che debba essere così, e se mettiamo alla base della convivenza civile, anche nel lavoro, la libertà, possiamo prevedere che la reintegrazione, non più dovuta per legge, possa essere prevista per contratto. Parliamo tanto di eccellenze, di talenti, pur sapendo che non soltanto con questi vive e prospera la fabbrica postfordista; parliamo spesso di politiche di fidelizzazione; parliamo di benefit e di welfare aziendale: allora mettiamo la reintegrazione tra le offerte che le aziende possono fare ai lavoratori come segno di una politica aziendale o come considerazione di un valore professionale.

Immaginiamo, ovviamente, tutto ciò esclusivamente in una ottica di contrattazione aziendale o di contrattazione individuale ed, eventualmente, proviamo a sostenere un percorso di questo genere con qualche tipo di decontribuzione o defiscalizzazione. E decidiamoci, finalmente, ad approvare quelle regole di vantaggio per la partecipazione dei lavoratori al capitale delle aziende, che da troppo tempo ci mancano e che marcherebbero ulteriormente il cambiamento, in positivo, come è giusto.

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