Parte finale dell'articolo di Venance Konan apparso su Fraternité Matin, quotidiano di Abidjan, Costa d'Avorio.

"Dobbiamo quindi meravigliarci che una malattia come l'Ebola faccia la sua apparizione in altri paesi come il nostro? E' che noi, Ivoriani, abbiamo la fortuna che non è comparsa da noi. Malattie come la lebbra, la poliomielite, il vaiolo la peste hanno colpito anche l'Europa. Cosa hanno fatto gli Europei?

Hanno fatto ricerche molto spinte e hanno finito per trovare i rimedi contro queste malattie. Hanno risanato il loro ambiente e hanno fatto sparire di riflesso un bel numero di queste malattie. Il vaiolo è totalmente sparito dalla faccia della terra, ma non sarei sorpreso di vederlo riapparire un giorno al di sotto dei tropici.

L'Aids è comparso a metà degli anni '80, in un primo tempo negli ambienti omosessuali e tossicomani in Europa ed America.

Quando la malattia fu chiaramente identificata, si trovò come proteggersi. Dappertutto nel mondo la sua espansione fu rallentata, ad eccezione dell'Africa. Perché siamo noi che abbiamo trovato che l'Aids è una "sindrome inventata per scoraggiare gli innamorati", quindi ci siamo rifiutati di crederci. Poi, quando ci fu consigliato di mettere il preservativo, abbiamo obiettato che non si potevano mangiare le caramelle con la carta.

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In breve, abbiamo trovato tutti i modi, deridendolo, di non usare il preservativo. Convinti tutti che l'uomo, quello vero, l'Africano degno di questo nome, è quello che si può permettere tutte le donne che gli vengono a tiro, anche se si tratta di prostitute. Il risultato di questa incoscienza lo conosciamo a livello di Aids: l'Africa è il continente più colpito.

Quando è arrivato l'Ebola, ci hanno detto di non toccare i morti per evitare di essere contagiati.

Ma noi ci siamo detti che siccome siamo Africani, vuol dire passare sopra le nostre usanze. Abbiamo quindi toccato i morti, sapendo bene che facendolo rischiavamo di morire e di diffondere la malattia. E così abbiamo diffusa la malattia. Ci si chiede di non consumare più la carne di selvaggina della foresta. Ma noi diciamo che siamo Africani, e dobbiamo mangiarne qualsiasi siano i rischi. O si è Africani o non lo si è.

Che dire di quei giovani Liberiani che vanno a liberare dei malati di Ebola dai loro centri di cura per lasciarli andare in giro per conto loro? Ignoranza, ignoranza, negritudine, negritudine! La conseguenza è che l'epidemia è diventata incontrollabile in quel paese.

Se non facciamo attenzione, questa malattia rischia di annullare tutti gli sforzi fatti per rimettere in piedi il nostro paese. Per buone sorte, non si è ancora registrato nessun caso da noi.

Allora, smettiamo una buona volta di fare i negri, non diamo ascolto ai predicatori criminali, ai praticanti tradizionalisti improvvisati e ad altri ciarlatani di professione. Rispettiamo scrupolosamente quello che i medici e le nostre autorità ci raccomandano di fare."

Questo articolo è l'analisi lucidissima e impietosa di un giornalista che guarda in faccia la realtà del suo paese e del suo continente e che fa appello al buon senso della sua gente per venirne fuori, senza pietismi e false speranze.

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