Domani 3 settembre ricorrerà il 33mo anniversario dell'assassinio di Carlo Alberto Dalla Chiesa (1920-1982), prefetto di Palermo, della moglie Emanuela e dell'agente di scorta Russo. Per evitare di cadere nelle commemorazioni da archivio, ho deciso di parlarne oggi, per sottolineare quanto questo Paese sia ancora in debito con lui. La mia età anagrafica mi consente di ricordare quando, con cadenza anche quotidiana, sulle strade di Milano venivo spesso fermato in auto e dirottato altrove, perché avevano appena “giustiziato” o rapito qualcuno.

Quel qualcuno poteva essere chiunque: un giornalista, un dirigente aziendale, un operaio, un membro delle forze dell'ordine (“un servo dello Stato”: si diceva così) o chiunque si mettesse di traverso, rispetto all'ideologia brigatista imperante negli anni '70.

Anni di piombo

So che sono tempi che oggi si fa fatica a ricordare, ma quella era la realtà quotidiana: bombe da destra e scariche di mitra da sinistra, i funerali erano di centro.

Lo Stato e chi doveva rappresentarlo ai più alti livelli erano al riparo, smarriti di fronte a tutto questo, senza sapere come reagire. Nessuno poteva sentirsi sicuro e quella cappa di paura ristagnava in tante famiglie, compresa la mia. A volte si è tentata la strada del patteggiamento con i terroristi (come nel caso Moro), ma la confusione di ruoli ed idee era totale, visto che si sospettava perfino del vicino di casa.

Il Generale Dalla Chiesa aveva già un passato importante, quando (1974) venne inviato in Piemonte per contrastare il terrorismo (aveva già corso i suoi rischi in guerra, rifiutandosi di dare la caccia ai partigiani per conto dei nazifascisti e diventando lui stesso partigiano, dopo l'armistizio. A Bari aveva preso due lauree, con il professor AldoMoro. Si era occupato di mafia a Palermoe, nel terremoto del Belice del 1968, si era guadagnato una medaglia per la prontezza con la quale si era speso in prima persona per dare aiuto agli scampati).

Da buon militare tutto di un pezzo, si mise subito al lavoro, utilizzando gli stessi metodi che gli avevano dato risultati contro la mafia anni '60: il capillare utilizzo di infiltrati nell'organizzazione delle BR, allo scopo di ricostruire l'organigramma e chi comandava. Il non avere mai voluto trattare con i terroristi non lo ha fatto amare dalla stampa di sinistra di quegli anni, ma è andato sempre dritto, dove riteneva giusto arrivare. Diventò Generale di Corpo d'Armata e responsabile nazionale per la lotta al terrorismo.

La sconfitta del terrorismo

Il resto lo conosciamo: vinse lui e fece vincere lo Stato. L'Italia usci dalla sorda paura che la imprigionava da anni. Dalla Chiesa aveva molti nemici, anche tra chi lo acclamava pubblicamente. Come spesso accade in politica, venne applicato il detto latino “promuovi per rimuovere” e il Generale diventato troppo importante venne promosso a prefetto di Palermo. Lasciò a malincuore la divisa e si dedicò al nuovo incarico, con energia, ben sapendo cosa rischiava.

Una frase lo accomuna a Falcone: “quando ti senti solo, vuol dire che sei già morto!”. Dalla Chiesa si è sentito solo da subito, nella Palermo che conosceva da anni, al punto di non volere neppure la scorta, ritenendo inutile coinvolgere altre vite. Non aveva nemmeno voluto, inascoltato, che la moglie lo raggiungesse a Palermo.Certamente lo ha ucciso la mafia, ma lo avevano già ucciso a Roma.

Grazie, Generale.

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